Il Fascismo e il potere segreto

FATTI E ANTEFATTI DELL’ITALIA MUSSOLINIANA

E DELLA BATTAGLIA FASCISTA

CONTRO LA GIUDEO-MASSONERIA INTERNAZIONALE

di Dagoberto Husayn Bellucci

“Colla sinagoga trescava il Mazzini, i frutti dè cui amori al Campidoglio di
Roma non sono ignoti, colla sinagoga il Garibaldi, colla sinagoga il Cavour,
colla sinagoga il Farini, colla sinagoga il De Pretis; ed umili servi della
sinagoga sono stati e sono molti di quei “grandi” ai quali la dabbenaggine
pubblica ha eretto ed erige lapidi, busti e monumenti per glorificarne l’amore
alla “libertà” e alla “patria”.”

(don E. Rosa – “Della Questione giudaica in Europa” – 1891 )

Una storia del Fascismo, della sua evoluzione da partito armato e milizia
avanguardistica a organizzazione di massa prima e a modello statale poi, deve
inquadrare in modo organico l’insieme delle componenti e delle funzioni assunte
dai suoi organi dirigenti e dai suoi uomini; premessa indispensabile per
qualsivoglia ricognizione analitica che intenda effettivamente considerare
quella che rimane la sola, l’unica, esperienza rivoluzionaria avuta dall’Italia
nel XXmo secolo e il più importante tentativo di coniugazione e sintesi del
socialismo con la nazione.

Socialismo e nazione che saranno una componente fondamentale sia nella vita
del suo fondatore, Benito Mussolini (già agitatore socialista nella Romagna dei
primi del secolo e direttore de “L’Avanti” quotidiano che diverrà nel 1912-14
la punta di diamante dello schieramento massimalista all’interno della sinistra
italiana) che dei postulati ideologico fondanti il Fascismo di piazza San
Sepolcro, originaria formula di convergenza di spinte e tensioni ideali uscite
dall’esperienza della ‘trincerocrazia’ e dai campi di battaglia della prima
guerra mondiale.

Ideologicamente nato “a sinistra” il movimento fascista sposerà, nel periodo
della sua ascesa al potere (1920-22), tematiche conservatrici; assumendo
posizioni di difesa dei ceti produttivi (agrari e piccola borghesia)
funzionalmente all’obiettivo di conquista del potere. Sarà poi nel successivo
decennio che verranno poste le radici e fissate le basi dello Stato fascista
che riprenderà i suoi originari connotati e le parole d’ordine anticapitaliste
che caratterizzeranno anche l’ultimo periodo della RSI.

Il discorso del 23 marzo 1936 tenuto da Mussolini in Campidoglio all’Assemblea
Nazionale delle Corporazioni – strumento del Regime per avviare una nuova fase
di sviluppo industriale e base istituzionale di rappresentanza della vita socio-
economica nazionale – dimostra lucidamente come il Fascismo non si fosse
completamente appiattito o annacquato sull’impalcatura del vecchio stato
liberale ed agisse in maniera coerente con la propria visione del mondo
cercando di mettere in moto le dinamiche sociali per il rilancio della nazione
italiana. Dal discorso del Duce era inoltre emersa nitidamente la grande
opportunità che lo Stato assumesse direttamente la gestione delle grandi
imprese che lavoravano per la difesa nazionale, con un risultato di un loro
allineamento ai programmi stabiliti dagli organi preposti dal Fascismo e
soprattutto con l’obiettivo dell’eliminazione delle sacche di profitto
capitalistico (“il triste fenome del pescecanismo” come aveva affermato
Mussolini). La protezione che lo Stato poteva al limite concedere ad alcune
aziende ed industrie private non doveva significare protezione del capitale a
danno dei consumatori ma protezione del lavoro il che avrebbe comportato, in
ambito politico come in quello economico, il superamento dell'”astrattismo
libeale” che al fianco di un cittadino assolutamento libero teoricamente,
poneva un lavoratore schiavo del capitalismo.

Commentando questo discorso rivoluzionario del Duce scrisse all’epoca Nicola
Bombacci nel primo numero della sua rivista “La Verità”: “Non è concepibile,
non è ammissibile, che nel secolo ventesimo le materie prime indispensabili
alla vita moderna, siano monopolio di alcuni stati, che ne abusano per
perpetuare un’egemonia, che contrasta, non di rado, con le ragioni più profonde
dell’evoluzione e del progresso. C’è un conservatorismo nella politica interna
degli stati, che si oppone all’ascensione delle classi nuove, che sorgono dal
lavoro; ma c’è anche, ed è infinitamente più pericoloso, un conservatorismo
nella politica internazionale, che resta immobile sulle posizioni acquisite,
che fa un dogma dello status quo e che si rivela come una vera e propria forza,
che tende alla paralisi della storia. (…) Che esistano delle nazioni
“proletarie” accanto a nazioni “capitalistiche” è un dato di fatto
ineccepibile, che cade sotto la nostra esperienza quotidiana. (…) Solo una
rivoluzione mondiale, potrebbe ristabilire l’equilibrio mondiale; ma finchè il
problema non sia risolto in modo generale e totale, è giuocoforza che i vari
popoli, come i vari proletariati, si difendano sul terreno e sulle posizioni
che che sono loro offerte dal caso e dalle circostanze che risultano dalla
stessa lotta dei diversi nazionalismi. Nessun dubbio che, da questo punto di
vista, Mussolini serve anche la causa della giustizia internazionale. Non si
può ragionevolmente chiedere a nessun Capo di governo di astenersi dal tutelare
i lavoratori del proprio paese in attesa di una rivoluzione di là da venire e
quando tutti gli stati si chiudono in irragionevoli egoismi.” (1).

Questa considerazione che peraltro non fa che riproporre e legittima
pienamente il giudizio sulla natura originaria (“l’essenza”) del Fascismo quale
rivoluzione sociale organica e orginaria deve inserirsi – tra le altre –
all’interno di un più ampio dibattito che non sia il grimaldello utilizzato per
la de-ideologizzazione e la disintegrazione delle tematiche rivoluzionarie di
un’ideologia che troverà le più ampie resistenze ed i suoi nemici implacabili
essenzialmente all’interno della vecchia cricca liberale e democratica, nel
conservatorismo della grande industria concepito quale asse fondante gli Stati-
Nazione fuoriusciti da quella vera e proprio intemperie culturale che saranno
le rivoluzioni risorgimentali e borghesi dell’Ottocento.

Rivoluzioni fatte da una classe e per una classe (quella borghese) e contro le
quali si era già eretto il muro della Chiesa cattolica a difesa di quello che
si riteneva un primato – quello spirituale – che il nuovo Stato ad ordinamento
laico pretendeva di subappaltare ai vecchi poteri clericali ritenendosi libero
di operare indisturbato per tutte le altre questioni di ordine politico e
materiale. “La Civiltà Cattolica”, organo della confraternita del Gesù, sarà in
prima linea nel ritenere che questa deriva laicista avrebbe determinato la
frantumazione del corpo sociale e denunziandone nitidamente fin dalla fine del
XIXmo secolo i principali responsabili: “Dell’Italia non accade ragionare –
scriveva l’organo dei padri gesuiti (2) – dal 1859 in qua, essa è divenuta un
regno degli ebrei, che hanno saputo gabbare la moltitudine dei grulli,
spacciandosi pè più sfegatati patriotti della Penisola…I circa 50.000 giudei
che si annidano nella Penisola, vi hanno il centro principale nel Veneto, nel
Mantovano, negli antichi Stati Estensi e nel Ferrarese. In questa regione, che
si può chiamare la Giudea italiana, sono essi i sopracciò in tutto e per tutto.
Non si spende quasi una lira senza il loro beneplacito. Il commercio,
l’industria, il cambio, la proprietà rustica e urbana dipende da loro. Basti
notare, che il territorio della provincia di Padova è per quattro sue parti
posseduto da ebrei, e sopra l’altra quinta vi hanno così il diritto
coll’ipoteca alla mano. Ancona, Livorno, Firenze vivono sotto il giogo usuraio
degli israeliti. Fra costoro già vagheggiano il giorno, nel quale le ville più
sontuose, le tenute più pingui ed i palazzi più celebri del patriziato cadranno
in loro balia, per essere pegni di prestiti da essi fatti agli sconsigliati o
imbecilli padroni, inabili a liberarsene…Nulla diciamo di Roma più che dalle
baionette italiane occupata dai lacci della grande rete giudaica, la quale vi
serra dentro ogni sorta di pesci piccoli e grandi: che poi restano ingoiati in
una successione di guai, di pianti e di miserie che muovono a pietà. L’usura, i
questa capitale ben più del giudaismo che dell’italianità, vi regna sovrana; e
coll’usura vi passeggiano fastose la frode, la camorra e la rapina…Milano,
Torino, Venezia, Modena, Bologna, Firenze vivono dell’opinione pubblica
fabbricata nei ghetti e nele sinagoghe. I giornali così detti officiosi sono
tutti, o poco meno, merce ebraica, venduta al governo. Non parliamo di Roma,
dove si stenta a imbattersi in un diario liberalesco, che non dipenda da
Israello.”.

Avrebbe il Fascismo spazzato via i residui del vecchio mondo liberale e
democratico (dopo aver distrutto la sua struttura istituzional-
parlamentaristica ed i partiti, autentiche sanguisughe al servizio permanente
effettivo degli interessi capitalistici) come richiedevano i tanti assertori di
una “seconda rivoluzione”? Avrebbe Mussolini affrontato la questione sociale in
senso rivoluzionario e infine debellato il pescecanismo capitalistico che, fuor
di retorica, era nient’altro che il tradizionale parassitismo ebraico dotatosi
di maggiori spazi di manovra per meglio operare sui mercati nazionali occupando
i principali gangli dell’amministrazione dello Stato liberale?

Mussolini aveva le idee chiare in merito sebbene non avesse probabilmente la
forza sufficiente per opporsi energicamente e affrontare direttamente il nemico
che, tronfio e borioso, si ergeva dinnanzi al Fascismo minacciandolo e
ricattandolo. Già sul “Popolo d’Italia” del 4 giugno 1919, analizzando gli
sviluppi della rivoluzione bolscevica russa, aveva sottolineato la convergenza
di interessi tra i rivoluzionari di Lenin e i plutocrati capitalisti di Wall
Street (“Se Pietrogrado non cade, se Denikin segna il passo, gli è che così
vogliono i grandi banchieri ebraici di Londra e di New York, legati da vincoli
di razza cogli ebrei che a Mosca come a Budapest, si prendono una rivincita
contro la razza ariana (…) La razza non tradisce la razza. Il Bolscevismo è
difeso dalla plutocrazia internazionale”) tornando qualche tempo più tardi
sulla questione. Ma rispetto agli ebrei italiani il Duce fu costretto, volenti
o nolenti, a muoversi con estrema cautela – quand’anche con enorme diffidenza –
alternando parole di biasimo e rassicurazioni di sorta (“…in Italia non si fa
assolutamente nessuna differenza fra ebrei e non ebrei, in tutti i campi, dalla
religione alla politica, alle armi, all’economia…La nuova Sionne gli ebrei
italiani l’hanno qui, in questa nostra terra, che del resto, molti di essi,
hanno difeso, eroicamente, col sangue.”) garantendo che “l’Italia non conosce
l’antisemitismo”.

Vedremo come alla fondazione dei Fasci di Piazza San Sepolcro contribuissero
diversi ebrei e moltissimi altri militassero, fin dalla prima ora, nelle
squadra d’azione fasciste e infine nel Partito. Il nodo gordiano che, a nostro
avviso, Mussolini doveva sciogliere era quello se o meno affrontare
direttamente il nemico o procrastinare a tempi migliori e più idonei quella
che, comunque la si fosse vista, sarebbe stata la più importante, ed urgente,
delle decisioni prese dal Fascismo: eliminare l’influenza nefasta dell’ebraismo
dal corpo sociale, economico e politico della nazione e limitarne e frenarne
l’azione disintegrativa e sovversiva. Un nodo gordiano che verrà sciolto solo,
e solo apparentemente tra l’altro, con il varo della legislazione razziale del
1938 come lucidamente sottolineerà Giovanni Preziosi e come, purtroppo, sarà
evidente dalla progressiva e continuata azione sabotatrice di ebrei e massoni
(questi ultimi longa manus dell’Internazionale Ebraica inseriti nei circoli
direttivi del Fascismo dopo la chiusura ufficiale delle Logge decretata dal
Regime nel 1926).

“Il Fascismo – scriverà Preziosi (3) in un famoso “Memoriale” inviato da
Monaco di Baviera al Duce in data 31 Gennaio 1944 – ha un solo vero e grande
nemico: l’ebreo, e con lui il suo maggiore strumento, il massone. L’ebreo-
massoneria domina tutta la vita nazionale ed è il vero Governo d’Italia. Voi
sapete – proseguirà rivolgendosi a Mussolini – quali armi, ebrei e massoni,
hanno adoperato per metterVi in condizioni di non darmi ascolto. Tutto fu messo
in opera contro di me, dal giorno (22 febbraio 1923) in cui mi feci promotore,
d’accordo con Michele Bianchi (lui che non avrebbe mai tradito!) di una
riunione agli Uffici della Camera per far portare a Voi la proposta – sapendo
il Vostro pensiero ed i Vostri precedenti in materia – della dichiarazione di
incompatibilità tra massoneria e Fascismo. La presenza di un avvocato che noi
ritenevamo non massone (il Sottosegretario ai LL.PP Alessandro Sardi) fece sì
che la sera stessa, prima ancora di Voi , fossero informate della riunione
ambedue le massonerie, le quali provvidero subito a mettere al sicuro i loro
archivi. Intuirono allora i massoni che le finalità prime della Relazione sulla
Riforma delle Pubbliche Amministrazioni, che io ero stato chiamato a svolgere
in Gran Consiglio, avrebbero avuto per scopo la eliminazione dei massoni dalla
burocrazia e dall’esercito. (….) Voi sapete che in ogni occasione che mi si
offriva Vi ho detto e scritto LA VERITA’. Vi ho detto e scritto che l’ebraismo
e la massoneria erano in Italia, anche in Regime Fascista, padroni della
situazione. La soppressione delle Logge e le leggi razziali avevano avuto il
solo effetto di rafforzare l’ebreo-massoneria che non voleva l’alleanza con la
Germania e non voleva questa guerra. Ad alleanza rafforzata e a guerra iniziata
la massoneria mise in opera tutte le sue forze con lo scopo preciso di far
perdere la guerra e rovesciare il Fascismo. Voi sapete che fin dal novembre
1939, in base ad una conversazione con un Cardinale, io Vi scrissi della
esistenza di un piano ben preciso e noto al Vaticano, tendente a non fare
uscire l’Italia dalla neutralità, per portarla poi allo sganciamento dall’Asse,
indi ad una intesa con Inghilterra e Francia, e non si disperava di portarla
poi in guerra contro la Germania. Il piano era attribuito al Ministro degli
Esteri e sarebbe stato concordato a Lione. Il discorso alla Camera di Ciano,
nel quale, senza consenso della Germania, rese noto un impegno segreto sulla
data in cui l’Italia si sarebbe dichiarata pronta alla guerra, sembrò l’inizio
dello sganciamento dall’Asse; anche perchè in quei mesi la parola “Asse” sparì
dal vocabolario giornalistico. (…) Voi sapete che allorchè Vi fecero dire che
“la questione ebraica in Italia si poteva considerare risoluta” e che “gli
arianizzati si potevano contare sulle dita di una mano”, io presi posizione con
un articolo ne “La Vita Italiana” del 15 settembre 1942 e dissi che questo
significava “nascondere le piaghe”, e aggiungevo: “Un giorno o l’altro le
piaghe faranno cancrena e l’opera di coloro che avranno contribuito a
nasconderle apparirà opera di tradimento. Io non voglio contribuire a
nasconderle.”. E, dopo, questa premessa, dimostrai che non solo la questione
ebraica non era stata risoluta, ma s’era aggravata in quanto costituiva “il
vero e proprio Cavallo di Troia della città assediata”. E dissi quale era il
modo di risolverla. Il solo effetto di quella presa di posizione furono la
irritazione del Sottosegretario Buffarini-Guidi che governava in materia
ebraico-massonica, e una comunicazione del Ministro della Cultura Popolare
Pavolini che minacciava gravi provvedimenti, naturalmente contro di me.”.

Non avrà vita facile nè avranno per anni e anni ascolto le parole intemerate
di Preziosi che avvertiva, ammoniva e lanciava l’allarme a non abbassare la
guardia sul fronte della questione più spinosa e fondamentale per una nazione
che voglia seriamente impegnarsi a conquistare la propria sovranità nazionale
in campo politico e soprattutto economico…perchè senza sovranità economico-
monetaria non esiste sovranità politica e senza un’approccio diretto ad
affrontare la questione “maledetta” in tutti i suoi aspetti nessun popolo,
nessuna nazione, potrà mai dirsi al riparo dai ricatti dell’usurocrazia
finanziaria internazionale che determina da almeno due secoli la storia
mondiale.

Esiste un potere segreto, occulto, che – al di sopra di governi ed istituzioni
nazionali – opera con l’obiettivo di pervenire ad un governo unico mondiale: il
governo della tirannia ebraica, l’asservimento completo del genere umano ai
diktat della sinagoga, da realizzarsi attraverso la kippizzazione
dell’umanità….

Niente di nuovo insomma…. Non c’è assolutamente niente di nuovo nè di
diverso sul quale formulare analisi politiche conformi a percorsi di milizia
antagonista…

E noi, difatti, continuiamo a scrivere le stesse identiche cose….
‘Annoiatevi’ pure….

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

22 MAGGIO 2010

Note –

1 – Nicola Bombacci – articolo “Il discorso del Campidoglio” – da “La Verità”
– Anno 1 Nr. 1 – Aprile 1936;

2 – “Della questione giudaica in Europa” – Prato 1891;

3 – “Memoriale di Giovanni Preziosi a Benito Mussolini” – Monaco 31.01.1944 –
(crf Renzo De Felice – “Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo” – Ediz.
“Einaudi” – Torino 1961);

Comments are closed.