Introduzione alle Relazioni internazionali

di Dagoberto Husayn Bellucci


“Chi controlla l’Europa orientale domina lo Heartland; chi domina lo Heartland
domina l’Isola del Mondo (World Island); chi domina l’Isola del Mondo domina il
mondo”

( Sir Halford J. Mackinder )

“Chi domina il Rimland domina l’Eurasia; chi domina l’Eurasia ha nelle sue
mani il destino del mondo”

( Nicholas Spykman )

“La geografia è il dato immutabile che condiziona la vita dei popoli”

( Mussolini )

“Tutto il mondo si fonde in un unico organismo economico, tutto il mondo è
diviso fra un pugno di grandi potenze”

( Lenin )

Le relazioni internazionali sono da anni il centro della contrapposizione ed
il terreno di battaglia fra diversi “attori” (gli Stati ma anche tutti gli
organismi sovranazionali, le  multinazionali, l’alta finanza e le diverse
lobbie’s economico-commerciali operanti ed attive ai ‘fianchi’ e all’interno
delle strutture statali) ai quali viene delegata la rappresentanza su di un
piano orizzontale dei rapporti che caratterizzano le fasi della politica
mondiale. Considerate come una vera e propria disciplina accademica
indipendente, dal XIXmo secolo in avanti, le relazioni internazionali hanno
rappresentato la branca estera delle scienze politiche che si occupa di
studiare e ricercare nelle relazioni fra i diversi soggetti summenzionati la
chiave interpretativa degli avvenimenti storici e quella analitica per
valutazioni in prospettiva degli sviluppi, delle evoluzioni e delle
trasformazioni in atto a livello di singolo Stato e di politica
internazionale.

Lo studio della politica internazionale diviene oggetto di osservazione e
monitoraggio sia nella sua dimensione teoretica che sulla base dei mutamenti in
corso (questo aspetto riguardante la politica e l’economia, le trasformazioni
tecnologico-scientifiche e la potenza militare, le capacità di intervento sui
diversi scacchieri geopolitico-strategici internazionali e la funzione delle
diverse strutture operative – multinazionali, ong, trust industriali – che ogni
Stato riesce a dispiegare nei confronti di altri Stati e rispetto ai suoi
diversi interessi). Il campo di studio delle relazioni internazionali pertanto
è quello attinente alla sfera delle scienze politiche ma oltre ad interessare
il dibattito nell’opinione pubblica (come nel caso sopraccennato con le
ripercussioni che si possono manifestare a livello di popoli e nazioni
attraverso determinate azioni diplomatiche o militari o nella competizione
commerciale fra le differenti multinazionali o i poli di aggregazione economici
monopolistici) investe e copre anche settori accademici specialistici quali
appunto l’economia ma anche la storia, il diritto, la geografia, la sociologia,
l’antropologia, la psicologia e gli studi culturali.

Ufficialmente si può datare la nascita delle Relazioni Internazionali con la
costituzione della prima cattedra di Politica Internazionale affidata nel 1919
a Alfred Zimmern dall’Università di Aberystwyth in Galles anche se il primo uso
del termine nella sua accezione attuale viene fatto risalire al “Corso di
filosofia positiva” di Auguste Comte (1842).

Alle relazioni internazionali sono state consacrate numerose opere (1), in
massima parte dedicate alla teoria ed agli aspetti puramente tecnico-
accademici, ma anche una serie di iniziative editoriali che, per quanto
riguarda l’area italiana vanno cronologicamente dalla rivista “Geopolitica” di
Giorgio Roletto ed Ernesto Massi – primo tentativo di elaborazione delle
relazioni internazionali compiuto in ambito fascista con l’uscita del primo
numero nel Gennaio 1939 – fino alla più recente “Limes” alla quale dovremo
indiscutibilmente far riferimento laddove si intenda interagire con le
dinamiche reali espresse dai gruppi di potere del capitalismo italiano e con la
loro proiezione internazionale.

In merito ai rapporti esistenti fra Geopolitica/Politica delle Relazioni
Internazionali e geografia crediamo necessario chiarire come proprio in
occasione della pubblicazione in Italia della rivista “Geopolitica” esplodesse
una polemica negli ambienti geografici ufficiali sull’essenza e sul valore
della geografia (scienza della natura e/o scienza dell’uomo) e la sua
correlazione con le altre discipline politiche. Enucleando dall’ambito
geografico i dati analitici necessari per una interpretazione dinamica la
Geopolitica potè così presentarsi come una “sintesi” di tutte le scienze
geografiche” nonchè “scopo e finalità delle stesse” promettendo di superare le
contraddizioni apparentemente sempre insanabili relative alla vocazione
imperiale fascista dell’epoca, alla ricerca di spazi d’espansione territoriali
e di una connotazione conforme all’idea universale che il Fascismo Regime stava
cercando, non senza fatica, di dare a quel tentativo di civilizzazione fondata
essenzialmente sui valori nuovi di una rivoluzione percepita – soprattutto dai
più giovani esponenti intellettuali del periodo – come “in marcia” e “in via di
sviluppo”.

A questo proposito può risultare interessante sottolineare come Giuseppe
Caraci nel 1941 dalle pagine della rivista sottolineasse l’affinità e
l’evoluzione dinamica che collegava le dottrine geografiche alla moderna
scienza geopolitica scrivendo: “Nessuno nega che la Geografia sia anche scienza
di osservazione, ma questa non interessa più solo…i fenomeni così detti
“fisici”, veduti ed analizzati sul terreno con i metodi e la preparazione del
naturalista – che non è ormai più un geografico, o che è tale solo per incidens
– ma la assai più larga e complessa e ardua osservazione dei fenomeni umani,
compiuta da chi di questi fenomeni abbia sufficienze ed esperienza anche e
soprattutto attraverso una sufficiente iniziazione teorica – fatta perciò a
tavolino – nei campi dell’economia, della politica, del diritto, cioè della
storia e con la storia, della filosofia e della filologia.” (2).

Queste considerazioni devono andare ad integrarsi con quelle che affermano che
la geopolitica – ma sarebbe meglio parlare apertamente di studio delle
relazioni internazionali – sia essenzialmente la scienza che studia la potenza
di uno Stato in relazione al suo spazio, definizione riduttiva che si collega
comunque ad una concezione di tipo imperiale affermatasi con il
Nazionalsocialismo tedesco e la sua scuola di studi internazionali diretta da
Karl Haushofer (3) e alla mistica dello spazio con il mito volkisch della
comunità di sangue e delle sue frontiere nazionali, o – utilizzando definizioni
‘tecniche’ estrapolate dagli scritti del primo autentico studioso di geografia
applicata alla sfera politica, il tedesco Friedrich Ratzel  – l’estensione del
“sapere geografico ed etnografico come forza politica” (4)  che verrà mutuato
sia dalle analisi antropologiche sia dallo studio delle trasmigrazioni dei
popoli con particolare riferimento alla situazione spaziale del popolo tedesco
per il quale, sul finire del XIXmo secolo, Ratzel cercherà di offrire soluzioni
di sviluppo ed espansione coloniale pacifica conferendo essenzialmente un ruolo
fondamentale alla questione dello spazio.

In merito agli studi svolti da Ratzel (1844-1904) scriverà il francese Pierre-
Marie Gallois che lo spazio – der Raum – è in Ratzel una nozione chiave, motore
determinante le strategie, i piani e le politiche degli Stati: “Sebbene neghi
di considerare una nazione evoluta come un fenomeno organico Ratzel ammette
implicitamente l’analogia tra lo spazio nutrizionale indispensabile per la vita
degli esseri vegetali e animali – il loro Lebensraum (spazio vitale) – e
l’estenzione del territorio, senza la quale un popolo non potrebbe svilupparsi
e dare piena dimostrazione delle sue forze vitali.” (5).

Interessanti saranno a questo proposito le considerazioni – per taluni un
autentico “catechismo degli imperialismi” – che Ratzel porrà quale fondamento
della propria teoria sullo spazio-vitale e che sono contenute nella sua opera
su “Le leggi dell’espansione spaziale degli Stati” (Die Gesetze der raùmlicher
Wachstums der Staaten) pubblicata nel 1901 il quale prende in esame sette
“leggi di espansione” naturali così specificate:

– 1 L’estensione degli Stati aumenta con l’avanzare della loro cultura;
– 2 La crescita spaziale degli Stati si accompagna a varie altre
manifestazioni del loro sviluppo: l’ideologia, la produzione, l’attività
commerciale, il livello della loro influenza e dei loro sforzi di
proselitismo;
– 3 Gli Stati si espandono assimilando o assorbendo le unità politiche meno
importanti;
– 4 La frontiera è un organo posto alla periferia dello Stato (considerato
come organismo). Grazie alla sua posizione materializza la crescita, la forza e
i cambiamenti territoriali dello Stato;
– 5 Nel procedere della sua espansione spaziale lo Stato si sforza di
assorbire aree importanti per il suo progetto: le coste, i bacini fluviali, le
pianure e, in generale, i territori più ricchi;
– 6 Proviene dall’esterno il primo impulso che spinge lo Stato a espandere il
proprio territorio, in quanto è fortemente attratto dalle civiltà inferiori
alla propria;
– 7 La tendenza generale verso l’assimilazione o l’assorbimento delle nazioni
più deboli moltiplica le appropriazioni di territori, dando origine a un
processo che in un certo senso si autoalimenta.

“Le frontiere sono dunque destinate a evolversi: questo è per Ratzel un punto
essenziale. Esse sono il riflesso di un certo rapporto di forze in un
determinato momento storico. Una frontiera non è altro che una particella di
terreno “più o meno larga e incerta”. E aggiunge: “In natura noi non vediamo la
rappresentazione cartografica delle frontiere. Sulle carte queste sono solo
un’astrazione, reale è il territorio di confine.” (6).

Ora bisogna considerare che prim’ancora che un geografo Ratzel fosse un
patriota ed un fervente pangermanista dunque un uomo al servizio della Germania
che, tra i suoi trascorsi, annoverava anche una partecipazione attiva alla Lega
pangermanica, al Congresso coloniale e a quello per lo sviluppo della flotta
destinato infine a sostenere le tesi dell’ammiraglio von Tirpitz per la
costruzione di una grande armata navale che potesse opporsi validamente alla
Gran Bretagna anche sui mari. Come visto al fianco delle due coordinate fisiche
– spazio e posizione – il Ratzel inseriva un terzo e più importante elemento
con il quale analizzare i fenomeni e l’evoluzione della politica mondiale:
quello del “senso dello spazio” (Raumsinn) che, come scriverà nelle sue opere,
deve rappresentare qualcosa di innato in un popolo e di profondamente radicato
nella cultura, nella civilizzazione e nella storia di una nazione. Questo
elemento fondamentale che determina tutta la teoria del Ratzel sostiene che
ogni popolo ha una propria peculiare esigenza di spazio: da questa naturale
esigenze sorgerebbero i conflitti tra i vari popoli e la tendenza
all’espansionismo di tipo territoriale di norma preceduto da quello di natura
commerciale primo momento della “colonizzazione”. A proposito del “caso
Germania” il Ratzel sottolineerà l’importanza che avrà lo Zollverein tedesco,
di cui era stato fautore tra gli altri l’economista anti-liberista Friedrich
List al quale si ricollegherà, constatando che la necessità di un avanzamento
territoriale dei confini politici nient’altro rappresenterebbe che l’evoluzione
naturale del precedente moto espansivo commerciale essendo entrambi (politica
ed economia) intimamente collegati.

Il primo ad utilizzare invece il termine “Geopolitica” sarà lo svedese Rudolf
Kjellen, politologo e sociologo svedese. Egli può essere considerato un pò come
il trade d’union fra il pensiero geografico-politico di Ratzel e la successiva
scuola di geopolitica tedesca che troverà in Karl Haushofer il suo principale
interprete a partire dagli anni Venti del XXmo secolo. Kjellen utilizzò per la
prima volta il termine “Geopolitik” nel 1899 in un articolo dedicato ai confini
svedesi e solo successivamente ne esplicitò il significato definendo la
geopolitica come una delle cinque categorie entro le quali analizzare le
tipologie degli Stati e le loro reciproche relazioni (le altre quattro
sarebbero: la demopolitica, l’ecopolitica, la sociopolitica e  la
cratopolitica, relative rispettivamente ai fattori determinati dalla cultura,
dall’economia, dalla società e dalle istituzioni).

Nel suo “Staten som lifsform” (Lo Stato come forma di vita) del 1916 Kjellen
definirà la geopolitica come “la scienza dello Stato come organismo geografico
nel modo in cui esso si esprime nello spazio”. Riprendendo le teorie di Ratzel
e proseguendo sulla stessa direzione di marcia teoretica Kjellen intese dare al
concetto spaziale una valenza centrale sostenendo che la geopolitica dovesse
rappresentare lo studio che univa l’analisi sullo spazio, sull’ambiente fisico
e sul popolo che abitava questo determinato spazio o, per utilizzare le sue
stesse parole, “lo studio dello Stato considerato come organismo geografico, o
ancora, come fenomeno spaziale, vale a dire una terra, un territorio, uno
spazio o, pià esattamente, un paese.”. Lo Stato è dunque associato ad un
organismo vivente: esso nasce, vive, si sviluppa e muore entrando nella sua
fase espansiva in conflitto con gli altri Stati esclusivamente per estendere il
proprio potere, poichè la conservazione e l’ampliamento del suo territorio sono
le sole garanzie di sopravvivenza (riprendendo peraltro pensiero e idee di
Thomas Hobbes e le sue tesi sul permanere dei conflitti tra Stati).

Occorre quì ricordare come il pensiero e la teoria geopolitica di Kjellen
fossero influenzati dal darwinismo sociale e dalla filosofia idealistica
tedesca combinando la geografia con la scienza della politica e considerando,
di fatto, lo Stato al pari di un vero e proprio organismo vivente territoriale
la cui essenza veniva costituendosi attorno alla potenza che esso riusciva ad
esprimere nella sua fase espansiva, riprendendo per ciò anche le tesi
pangermaniste di Leopold von Ranke e quelle imperialiste di Heinrich von
Treitschke. Kjellen era un conservatore e notoriamente un filo-tedesco: la sua
linea teorica pertanto si muovono seguendo alcune concezioni piuttosto comuni
all’epoca – fine Ottocento primi del Novecento – nel quale elaborerà i suoi
scritti. Tra queste concezioni vi erano quelle che ritenevano l’equilibrio di
potenza europeo e l’assetto politico ed economico instaurati con il Congresso
di Berlino (1878) fossero destinati a scomparire come la “pax britannica” che
li aveva formulati e imposti lasciando il posto ad una riorganizzazione
mondiale che avrebbe visto la nascita e lo sviluppo di tre grandi panregioni
politico-economiche destinate a equilibrarsi e a determinare la politica
internazionale del XX.mo secolo. Le tre panregioni in questione vedevano Stati
Uniti, Germania e Giappone dominare di fatto il pianeta.

Sarebbe necessario in questo contesto sottolineare gli ulteriori sviluppi
degli studi geopolitici che dal britannico Halford J. Mackinder (7) conducono
fino alla “geopolitik” tedesca di Karl Haushofer e alle loro corrispondenti
elaborazioni teoriche formulate negli Stati Uniti da Alfred Mahan (8) e
Nicholas Spykman (9) ultimo geopolitico dell’era pre-nucleare. Lasciamo al
lettore di occuparsi delle

Le moderne teorie delle e sulle relazioni internazionali trovano il loro
fondamento nelle principali tradizioni del pensiero sia nazionale che
internazionalista e che ricomprende anche autori dell’antichità o di epoche
passate a quella nella quale si trovò a formulare le proprie idee il Ratzel
(fra questi autori spiccano gli scritti di Tucidide, di un Macchiavelli, di
Hobbes, di Kant e dello stesso Marx). Sarà dalla rielaborazione di queste
tradizioni della letteratura politica classica che sarebbero successivamente
scaturite le differenti scuole di pensiero relative alle relazioni
internazionali e che, in maniera sommaria ma sufficientemente valida, possono
essere ricomprese in queste quattro fasce comprendenti i principali pensatori
che si sono occupati di Politica mondiale:

Realismo (Hans Morgenthau, Edward Carr, Reinhold Niebuhr) e Neorealismo
(Kenneth Waltz, Robert Gilpin). Secondo questa scuola di pensiero lo Stato è
considerato l’attore principale delle relazioni internazionali e il conflitto,
specie (ma non solo) nella sua declinazione bellica, viene identificato come il
carattere predominante della realtà internazionale. I rapporti fra i vari
attori del sistema internazionale si baserebbero soprattutto sul potere e su
una lotta per la conquista del potere. L’alto livello di bellicosità
riscontrabile in tali rapporti sarebbe dovuto al fatto che gli attori,
essenzialmente mossi per un verso dalla lotta per il predominio, per l’altro
dal dilemma della sicurezza generato dalla condizione anarchica della politica
internazionale, si trovano in una condizione analoga allo stato di natura
hobbesiano.

Idealismo (Immanuel Kant, Woodrow Wilson, Alfred Zimmern) e Neoliberalismo
(Robert Keohane, Stephen D. Krasner). Viene posto l’essere umano al centro
delle relazioni internazionali e si considera la pace perpetua come un fine
possibile (ad esempio attraverso la creazione di regimi internazionali, o
grazie all’interdipendenza economica fra le nazioni). Secondo il punto di vista
di idealisti e neoliberali, il conflitto non è un dato immutabile, giacché fra
gli attori del sistema internazionale è riscontrabile una sostanziale comunanza
di interessi. Questa scuola di pensiero avrà il suo momento di gloria e
toccherà l’apice nel periodo della cosiddetta Guerra Fredda tra Stati Uniti
(capitalismo oligarchico occidentale) e Unione Sovietica (capitalismo di Stato
orientale) negli anni che caratterizzeranno la cosiddetta “distensione”
(seconda metà anni Cinquanta/ fine anni Settanta);

Marxismo (Lenin, Teorie della dipendenza) e Neomarxismo (Immanuel
Wallerstein). Il sistema internazionale è considerato come diviso tra Stati che
hanno (capitale e conoscenza) e Stati che non ne hanno e che vengono sfruttati.
Sostanzialmente comunque alla base dell’idea marxista delle relazione
internazionali resta il principio della legge ineguale dello sviluppo
capitalistico che determina le dinamiche di scontro e contrapposizione
provocando squilibri e pluralità di forze e potenze in lotta per l’affermazione
del proprio interesse capitalistico. Tre sono stati i contributi fondamentali
di questa teoria:1) Riorientamento dall’asse Est/Ovest all’asse Nord/Sud delle
relazioni internazionali 2) Riscoperta del lungo periodo nello studio delle
radici dell’economia-mondo capitalista 3) Riannodare le relazioni tra conflitti
interni e conflitti internazionali  E’ necessario soffermarsi sulla concezione
marxista relativa allo Stato inteso come feticcio: “All’origine di ogni
feticismo – scrive Karl Marx – vi è il feticismo della “merce”, del “denaro”,
della “produzione”, del “lavoro” stesso cioè della produzione capitalistica che
appare non nella sua cruda realtà ma nelle sue misteriose espressioni.”. Da
queste basi teoretiche il Marx pone la propria struttura di pensiero sul
feticismo dello Stato che sarebbe creazione dell’idolatria generata dallo
sfruttamento capitalistico.

Postmodernismo, Teoria critica, Costruttivismo. Questi tre approcci non
formulano teorie per la lettura del sistema internazionale, ma muovono una
critica radicale ai precedenti approcci: in particolare il Postmodernismo
critica le metodologie positivistiche di Realismo, Liberalismo e Marxismo; la
Teoria critica afferma che qualsiasi teoria sia viziata da un pregiudizio
ideologico; il Costruttivismo ritiene che la realtà sia essenzialmente una
costruzione sociale (e quindi non un “qualcosa di dato”, come affermato dalle
altre teorie).

La dissoluzione dell’ordine bipolare ha creato numerosi problemi, poiché
nessuna delle teorie precedenti sembrava in grado di spiegare un cambiamento
così complesso e pacifico. Si sono quindi fatte largo varie nuove teorie: tra
le più note (e controverse) lo scontro di civiltà di Samuel Huntington (di
matrice realista) e la fine della storia di Francis Fukuyama (di matrice
liberale). Fra la seconda metà degli anni 1990 e i primi anni 2000, un numero
crescente di studiosi delle R.I. si è concentrato sulle teorie della
globalizzazione (seguendo le orme di antesignani come, ad esempio, Immanuel
Wallerstein, Giovanni Arrighi, Anthony Giddens).

Per quanto riguarda invece il termine “geopolitica” esso, come scrive il Gen.
Carlo Jean, “fu coniato dal politologo svedese Rudolph Kjellèn all’inizio di
questo secolo (Novecento ndr) per indicare una particolare analisi della
politica (specialmente la politica estera degli Stati nazionali, ma non solo
quella), condotta in riferimento ai condizionamenti su di essa esercitati dai
fattori spaziali: intendendo come tali non solo e non tanto quelli propriamente
fisici, come la morfologia dello spazio o il clima, quanto soprattutto le
relazioni di interdipendenza tra le entità politiche territorialmente definite.
Riguarda l’analisi della politica, secondo il contesto geopolitico interno,
cioè della sintesi politica che la elabora, ed esterno, cioè nelle sue
interrelazioni con gli altri soggetti che operano sulla scena internazionale.
Di conseguenza, come rileva Yves Lacoste, la geopolitica è essenzialmente la
rappresentazione che i soggetti geopolitici hanno di tali relazioni in funzione
dei loro interessi e “diritti storici”. Una rappresentazione che influenza
grandemente, anche se spesso in modo inconsapevole, le percezioni e quindi le
decisioni politiche.” (10)

Decisioni che scaturiranno pertanto dal riflesso che avranno i valori politici
sulle attività di un determinato esecutivo come sottolinea lo stesso Jean
laddove rileva che “gli studiosi di geopolitica non sono mai neutrali, ma
sempre impegnati: lo stesso ricorso al concetto di geopolitica ha espresso
storicamente il desiderio dei geografi di proporsi quali “consiglieri del
principe”. La geopolitica in definitiva non è che la “geografia del principe”,
una “geografia volontaristica” con cui si vogliono individuare gli interessi e
definire le politiche per modificare gli assetti geografici esistenti.” (11).

Tale rilievo ci permette di sottolineare con ancor più efficacia come le
rappresentazioni geopolitiche siano dunque conformi ad una predeterminata linea
strategico-ideologica, come risponda al vero che esse possono divenire
propagandisticamente delle analisi di natura geografica, economica e militare
sulle quali formulare un corollario di scelte o attorno alle quali far ruotare
il carro del consenso interno. Un pò come gli slogan propagandistici le
riflessioni geopolitiche possono determinare etat’s d’esprits e sentimenti
verso i quali catalizzare l’opinione pubblica e ‘fascinare’ le masse: non
esistono “principi” nè  leggi geopolitiche oggettive ma – come rileva
giustamente Jean – “esistono solo soggettivamente in un determinato pensiero
geopolitico nazionale e vengono utilizzate per l’elaborazione di ipotesi,
teorie, rappresentazioni e scenari politici. Essi dipendono dagli interessi,
dalla tecnologia disponibile e dal sistema di valori propri della cultura di
chi li elabora.” e ciò essenzialmente proprio perchè “la geopolitica non è una
scienza. E’ la riflessione che precede l’azione politica.” (12)

Avremo modo di ritornare, diffusamente e compiutamente, sulla questione.
Intanto basti e avanzi questa ricognizione analitica d’introduzione sulle
relazioni internazionali e la loro funzione di ‘barometro’ della politica
mondiale.

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

1 giugno 2010

NOTE –

1 )  Tra le principali opere a carattere “scientifico” di politica
internazionale si veda:
–  Attinà, Fulvio: “Il sistema politico globale. Introduzione alle relazioni
internazionali”, Roma-Bari, Laterza, 1999;
–  Bonanate, Luigi: Elementi di Relazioni Internazionali, Torino,
Giappichelli, 2002;
–  Di Nolfo, Ennio: Storia delle relazioni internazionali. Dal 1918 ai giorni
nostri, Roma-Bari, Laterza 2008;
– Gori, Umberto: “Lezioni di Relazioni Internazionali”, Padova, CEDAM, 2003;
– Panebianco, Angelo: “Relazioni Internazionali”, Milano, Jaca Book, 1992;
–  Parsi, Vittorio Emanuele; Ikenberry, John G. (a cura di): “Manuale di
relazioni internazionali”, Roma-Bari, Laterza, 2001;
–  Parsi, Vittorio Emanuele; Ikenberry, John G. (a cura di): “Teorie e metodi
delle relazioni internazionali”, Roma-Bari, Laterza, 2001;
–  Roche, Jean-Jacques: “Théories des relations internationales”, Paris,
Éditions Montchrestien, E.J.A., 1999 – trad. dal francese di De Ritis, Andrea:
“Le relazioni internazionali. Teorie a confronto”, Bologna, Il Mulino, 2000;
– Simon-Belli, Carlo: “Teorie delle relazioni internazionali”, Perugia,
Guerra, 2002;
– Andreatta, Filippo; Clementi, Marco; Colombo, Alessandro; Koenig-Archibugi,
Mathias; Parsi, Vittorio Emanuele: “Relazioni Internazionali”, Bologna, Il
Mulino, 2007;
–  Mazzei, Franco “Relazioni Internazionali – Teorie e problemi”, Napoli,
L’Orientale Editrice, 2005.

2 )  G. Caraci – “Il problema della geografia in Italia” in “Geopolitica” –
1941, n. 5 – pp 312-323;

3)  Karl Ernst Haushofer (Monaco di Baviera, 27 agosto 1869 – Berlino, 13
marzo 1946) è stato un generale ed è considerato il padre della geopolitica
tedesca del Novecento, ispiratore della teoria nazionalsocialista dello spazio
vitale. Karl Haushofer nacque in una famiglia di artisti e studiosi. Suo padre
era Max Haushofer, professore di economia e sua madre si chiamava Adele Fraas.
Dopo aver terminato gli studi al Ginnasio di Monaco, pensava di intraprendere
la carriera accademica, ma il servizio militare nell’esercito di Baviera gli
sembrò così interessante che finì istruttore dell’accademia militare. Nel 1887
entrò nel 1° Reggimento artiglieria da campo “Prinzregent Luitpold “, terminò
la scuola militare bavarese (Kriegsschule), l’accademia dell’artiglieria
(Artillerieschule) e l’accademia militare (Kriegsakademie). L’8 luglio 1896
sposò Martha Mayer Doss, di origini ebraiche, dalla quale ebbe due figli:
Albrecht (nato nel 1903) e Heinz (nato nel 1906). Nel 1903 cominciò
l’insegnamento all’accademia militare bavarese. Nel 1908 venne inviato a Tokyo
per studiare l’esercito del Giappone e per consigliarlo come istruttore
dell’artiglieria. Questo ruolo cambiò il corso della sua vita e fu l’inizio del
suo amore per l’Oriente. Durante i quattro anni successivi viaggiò per
l’Estremo Oriente, aggiungendo il coreano, il giapponese e il mandarino al suo
repertorio di lingue: russo, francese e inglese. Haushofer fu diplomatico
militare in Giappone dal 1909 al 1910. Durante le sue molteplici visite,
conobbe numerosi politici e aprì i canali per una diplomazia informale che
portò i suoi frutti solo più tardi (il Giappone sul momento si alleò con
l’Impero Britannico, nonostante guadagnasse piccoli preziosi benefici
dall’appoggio tedesco). Nel rientrare in Germania, Haushofer percorse la
Transiberiana, potendo così rendersi conto degl’immensi spazi eurasiatici. Nel
periodo 1911-1913 lavorò per il dottorato in filosofia dell’università di
Monaco con la tesi Dai Nihon, Betrachtungen über Groß-Japans Wehrkraft,
Weltstellung und Zukunft. Nel 1913 diede alle stampe un’opera di notevole
successo, in cui raccontava le sue esperienze orientali: Dai Nihon (“Il Grande
Giappone”). Nel gennaio 1924 uscì il primo numero di “Zeitschrift für
Geopolitik” (“Rivista di Geopolitica”), importante pubblicazione da lui fondata
che ebbe ampio rilievo nella Germania del suo tempo. Inoltre, fondò
un’associazione per la tutela delle minoranze tedesche all’estero, la Verein
für das Deutschtum im Ausland. Tra il 1923 ed il 1925 organizzò i lavori per la
fondazione della Accademia tedesca. Nel corso degli anni venti Haushofer
incontrò numerose personalità della cultura, del mondo militare e della
politica, tra cui Oswald Spengler, Erich Ludendorff, Alfred von Tirpitz, Adolf
Hitler, Konrad Adenauer e Richard Coudenhove-Kalergi. Nel 1930 Haushofer
divenne membro della American Geographical Society, e negli anni seguenti tenne
conferenze in diversi paesi europei, tra cui l’Italia.

Tra le opere principali di Haushofer si ricordano:
– Dai Nihon. Betrachtungen über Groß-Japans Wehrkraft und Zukunft (1913)
–  Der deutsche Anteil an der geographischen Erschließung Japans und des
subjapanisches Erdraums und deren Förderung durch den Einfluß von Krieg und
Wehrpolitik (1914)
–  Grundeinrichtungen in der geographischen Entwicklung des Japanischen
Reiches (1919)
–  Das Japanische Reich in seiner geographischen Entwicklung in Dr. Grothe,
Angewandte Geographie (1921)
– Ostasien, Japanisches Reich, Mandschurei in E. Banse, Lexicon der Geographie
(1923)
– Südostasiens Wiederaufstieg zur Selbstbestimmung in K.A. von Müller e O.
Westphal, Geopolitik der Selbstbestimmung (1923)
–  Japan und die Japaner: Eine Landeskunde (1923)
– Wehrhaftigkeit (1924)
–  Geopolitik des Pazifischen Ozeans (Geopolitica dell’oceano Pacifico, 1925
I, 1928 II, 1937 III)
– Politische Erdkunde und Geopolitik in A. von Drigalski, Freie Wege
vergleichender Erdkunde (1925)
– Grenzen in ihrer geographischen und politischen Bedeutung (I confini nel
loro significato geografico e politico, 1927 I, 1939 II)
– Das Japanische Reich in “Gerbing, Erbbild der Gegenwart” (1927)
– Bausteine zur Geopolitik (con Lautensach, Maull e Obst) (1927)
– Der Rhein, sein Lebensraum, sein Schicksal (1928)
– Großmächte vor und nach dem Weltkrieg (di Rudolf Kjellen, a cura di K.
Haushofer) (1930)
–  Japans Reichserneuerung (1930)
– Geopolitik der Panideen (1931)
– Deutschlands Weg an der Zeitenwende (1931)
– Japans Werdegang als Weltmacht und Empire (Lo sviluppo del Giappone come
potenza mondiale e impero, 1933)
– Der nationalsozialistiche Gedanke in der Welt (L’idea nazionalsocialista nel
mondo, 1934)
– Wehrwille als Volksziel (1934)
– Weltpolitik von heute (1934 I, 1935 II, 1937 III)
– Geopolitische Grundlagen des N.S. Staates (1935)
– Geopolitik in “Handbuch der neuzeitlichen Wehrwissenschaften” (1936)
– Welt in Gärung (con Gustav Fochler-Hauke) (1936)
– Weltmeere und Weltmächte (1937)
– Probleme der Weltpolitik in Wort und Bild (con Gustav Fochler-Hauke)
(1939)
– Deutsche Kulturpolitik im Indopazifischen Raum (La politica culturale
tedesca nell’area indo-pacifica, 1939)
– Das Werden des deutschen Volkes von der Vielfalt der Stämme zur Einheit der
Nation (con Hans Roeseler) (1939)
– Erdenmacht und Völkerschicksal (antologia di testi di Friedrich Ratzel a
cura di K. Haushofer) (1940)
– Japan baut sein Reich (1941)
– Der Kontinentalblock. Mitteleuropa, Eurasien, Japan (1941)
– Japans Kulturpolitik (1944)
Disponibili in lingua italiana:
– Karl Haushofer, Il Giappone costruisce il suo impero, Edizioni all’Insegna
del Veltro, Parma 1999
– Karl Haushofer, Italia, Germania e Giappone, Edizioni all’Insegna del
Veltro, Parma 2004
– Karl Haushofer, Lo sviluppo dell’idea imperiale nipponica, Edizioni
all’Insegna del Veltro, Parma 2004

4) Friedrich Ratzel – “Politische Geographie” – cap. VIII;

5) Pierre Marie Gallois – “Gèopolitique, les voies de la puissance”
(Geopolitica, le vie del potere) – Ediz. “FEDN/Plon” – Paris 1990;

6) Pascal Lorot – “Storia della geopolitica” – Ediz. “Asterios” – Trieste
1997;

7) Halford John Mackinder (Gainsborough, 15 febbraio 1861 – Bournemouth, 6
marzo 1947) è stato un geografo, politico, diplomatico, esploratore ed
alpinista inglese.
Fondatore della geopolitica, Mackinder era esperto in biologia, storia, legge
e strategia; conquistò la vetta del Monte Kenya nel settembre del 1899.
È conosciuto per la sua celebre teoria geopolitica dell’Heartland (traducibile
come Cuore della terra), cioè un’area geografica il cui controllo avrebbe
consentito di dominare l’intero mondo. La zona in questione era individuata al
centro del supercontinente Eurasiatico.
Questa teoria fu elaborata per la prima volta nell’articolo “The Geographical
Pivot of History” (“Il perno geografico della storia”), presentato il 25
gennaio 1904 alla Royal Geographical Society, e successivamente pubblicato dal
“The Geographical Journal”.
Mackinder sosteneva che esistessero delle caratteristiche, degli “elementi che
durano nel tempo”, in un paese che non mutano mai e vanno sempre prese in
considerazione nel momento di compiere scelte strategiche. Esse sono:
Il luogo geografico
Il contesto storico
Le tradizioni di un popolo
Per gli stati, per vincere una guerra, è fondamentale conoscere e tenere in
cosiderazione questi elementi.( crf http://it.wikipedia.
org/wiki/Halford_Mackinder )
Scrive Pascal Lorot: “Sebbene non abbia mai fatto espressamente riferimento
alla geopolitica, il britannico Sir Halford J. Mackinder (1861-1947) è
generalmente – e ci sembra a buon diritto – considerato uno dei padri della
geopolitica. In ogni caso può essere considerato il più eminente rappresentante
della scuola geopolitica anglosassone. Geografo, tipico prodotto dell’età
vittoriana, dal 1887 Mackinder insegnò a Oxford, prima di assumere dal 1903 al
1908 la direzione delebre London School of Economics. Attratto dalla politica,
sedette alla Camera dei Comuni dal 1910 al 1922; dal 1919 al 1920 fu anche alto
commissario britannico nella Russia meridionale. La fama di Mackinder risale
all’inizio del secolo, ed è dovuta più precisamente a un articolo dedicato al
“perno geografico della storia” (…) , in cui sviluppò la sua teoria delle
relazioni tra storia e geografia ed espresse la sua visione dell’ordine
internazionale all’inizio del XX secolo. Completò poi questa analisi in due
riprese; prima con “Democratic Ideals and Reality” (Gli ideali democratici e la
realtà) , la sua opera principale, pubblicata nel 1919, e in seguito con
l’articolo “The Round World and the Winnig of the Peace” (Il mondo intero e
come vincere la pace) pubblicato nel luglio 1943 nella rivista “Foreign
Affairs”.” (crf  Pascal Lorot – “Storia della Geopolitica” – ediz. “Asterios” –
Trieste 1997);

8 –  Alfred Thayer Mahan (West Point, 27 settembre 1840 – 1 dicembre 1914) è
stato un militare statunitense. Le idee del contrammiraglio Mahan stabilivano
come una nazione potesse vincere su un’altra distruggendone la flotta e
strangolandone i commerci attraverso un blocco navale. Per contro, la flotta
più debole poteva negare il confronto all’altra e rimanere una costante
minaccia (il concetto di “fleet in being”) impedendo all’altra di dividersi ed
operare al meglio contro il traffico mercantile.
Questo concetto ha influenzato il comportamento delle marine russa e
giapponese durante il conflitto del 1904 e la flotta tedesca nella prima guerra
mondiale
Il suo pensiero si concentrava sul ruolo del potere marittimo/navale. Egli
affermava che vi fosse una contrapposizione tra le potenze continentali e
quelle marittime sostenendo che le potenze marittime fossero per loro natura
più forti e in grado di affermarsi. I suoi studi partono essenzialmente dallo
sviluppo della marina militare tra la fine del 1600 e l’inizio del 1800, ove si
venivano a scontrare le allora grandi potenze coloniali: Francia e Gran
Bretagna. Lo scontro più aspro tra i due imperi coloniali avviene durante la
guerra d’indipendenza americana. Studiando questa situazione Mahan nota come
gli elementi geografici possano influire sul corso della storia portandolo ad
alcune affermazioni: Essendo il mare l’elemento più esteso sulla Terra, si
creano su di esso delle rotte commerciali. Partendo dal presupposto che lo
sviluppo del commercio è essenziale in termini di aumento della potenza, e che
il mare è il mezzo più veloce ed economico per il trasporto delle merci, allora
uno stato avrà interesse a sviluppare una flotta commerciale. Questo stesso
stato dovrà inoltre garantire la sicurezza della propria flotta commerciale
attraverso una marina militare sufficiente ad evitare che le rotte vengano
distrutte da eventuali minacce esterne. Mahan, volendo dimostrare che il mare è
l’unico mezzo per sviluppare la potenza, utilizza l’esempio dell marina
Francese del 1700. Essa, sempre secondo Mahan, poteva benissimo sconfiggere la
marina Britannica,a causa della superiorità francese a livello navale. La
Francia, infatti, partecipava alla guerra di indipendenza americana al comando
di 12 navi di linea e 5 fregate contro le 9 navi di linea britanniche. L’errore
della Francia fu quello di investire contemporaneamente sia nelle forze di
terra che nelle forze navali, non poteva essere sia una potenza marittima che
una potenza continentale. Mahan fu una sorta di “precursore” delle
organizzazioni internazionali. Egli infatti affermava che una potenza è in
grado di affermarsi con le sole proprie risorse, vi era quindi necessità che il
sistema internazionale si coalizzasse in organizzazioni internazionali.
Ipotizzava un’unione tra gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, perché essendo due
potenze marittime potevano unirsi per condividere la conquista dei mari.
concetto chiave: “le potenze marittime si uniscono contrapponendosi a quelle
continentali.” Un esempio storico di questo concetto è l’espansione russa
(potenza continentale) tra il 1800 e il 1945, che si va a scontrare con Stati
Uniti e Gran Bretagna (potenze marittime) che hanno stretto alleanza per
contrastare quest’espansione. Mahan elabora il concetto di dottrina navale,
cioè la politica che gli stati perseguono in campo marittimo-militare. Per far
sì che uno stato possa avere una dottrina navale, esso deve possedere una
marina militare consistente, ovviamente uno sbocco sul mare, un’adeguata
capacità di proiezione, dei mezzi adeguati ed avere obbiettivi strategici da
tutelare (come per esempio la sicurezza di zone esposte a rischio).
“Il contrammiraglio Alfred Thayer Mahan (1840-1914) non è un geopolitico nel
senso proprio del termine nè un geografo, bensì uno storico e uno studioso di
strategia navale. – scrive Carlo Jean – Egli visse nell’epoca dell’espansione
territoriale degli Stati Uniti verso occidente e della crescita del loro ruolo
sulla scena mondiale. Il suo pensiero ebbe un grande impatto sulla politica
estera e sulla strategia navale non solo degli Stati Uniti, ma anche della Gran
Bretagna e delle potenze navali emergenti, come la Germania e il Giappone. I
suoi principali scritti, che sono una raccolta delle lezioni di storia,
strategia e tattica navale tenute al Naval War College di Newport, da lui
trasformato nel centro culturale della Marina statunitense, sono “The influence
of Sea Power upon History 1600-1783” (1890) , “The Interest of America in Sea
Power – Present and Future” (1898), “The Problem of Asia and its Effects upont
International Politics” (1900) e “Naval Strategy” (1911). Le analisi di Mahan
riguardano il potere marittimo, inteso come complesso derivante dalla Marina
militare, dalla capacità di proiezione a terra della potenza navale e anfibia,
dalle basi navali strategiche, dalla conformazione delle coste, dal loro
hinterland e dalla rilevanza dei traffici marittimi nell’economia di un paese.
Secondo Mahan gli oceani sono la “grande arteria” che ha sempre rappresentato
il fattore fondamentale nella storia, dato che il costo dei trasporti marittimi
è stato e sarà sempre inferiore a quello dei trasporti terrestri. Il futuro
dell’America sarebbe stato il mare, purchè non si fosse lasciata assorbere
completamente dall’espansione verso occidente e dall’isolazionismo continentale
che dominava allora la politica statunitense.” (crf Carlo Jean “Geopolitica  –
Ediz. “Laterza” – Roma-Bari 1996);

9 – Nicholas Spykman “americano di origine olandese (1893-1943) è stato
innanzitutto professore di relazioni internazionali, e poi direttore
dell’Istituto di Studi internazionali dell’Università di Yale negli Stati
Uniti. Capofila della scuola geopolitica americana, ha precisato: “il campo
d’azione tipico della geopolitica sarà la politica estera dello Stato. Grazie
ai metodi d’analisi che le sono propri, essa sa utilizzare i dati geografici
(intesi nel loro significato più ampio) per stabilire un comportamento politico
che permetta di raggiungere alcuni legittimi obiettivi.”. Spykman criticò i
lavori di Mackinder e di Haushofer. La posizione nei confronti di quest’ultimo
è chiara. In “America’s Strategy in World Politics” (La strategia dell’America
nella politica mondiale 1942) e soprattutto in “The Geography of the Peace” (La
geografia della pace), pubblicata pochi mesi dopo la sua morte, nel 1944, e che
gli garantì la fama, specificò che la sua “analisi è totalmente diversa dalla
metafisica geografica caratteristica della scuola della Geopolitik….(…)
Haushofer ha dato ai diversi tipi di frontiere un carattere mistico, sacrale.
Estendersi fino a queste frontiere, che sia per obbedire al magico concetto di
spazio o per altre ragioni, significa trovarsi in armonia con un disegno
divino. Un tale nonsense metafisico verrà qui eliminato.” (crf  Pascal Lorot –
“Storia della geopolitica” – Ediz. “Asterios” – Trieste 1997);

10) Carlo Jean – “Geopolitica” – Ediz. “Laterza” – Roma-Bari 1995;

11) Carlo Jean – ibidem;

12) Carlo Jean  ibidem;

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