RebelDia

di Dagoberto Husayn Bellucci


“Da stasera o da domani alzerò una barricata

di foto, dischi e lattine di birra chiara e ghiacciata,

scalderò pasta e fagioli, alluderò tutti i telegiornali,

piangerò per te che non so se sei già all’inferno o in paradiso,

ma hai perso il sorriso.


Dammi una chitarra e poi vedrai come canterò

la gioia dei sessanta come una volta griderò

Da stasera o da domani alzerò una barricata

di sogni, fumetti e barattoli di rossa e buona marmellata,

guarderò la mosca planare, lascerò il campanello suonare,

piangerò per te che non so se sei già all’inferno o in paradiso,

ma hai perso il sorriso.

Dammi una chitarra e poi vedrai come canterò

la rabbia dei settanta come una volta griderò

Da stasera da domani alzerò una barricata

seduto sul pavimento mangerò fichi, uva e cioccolata,

agirò da clandestino, starò insonne fino al mattino,

piangerò per te che non so se sei già all’inferno o in paradiso,

ma hai perso il sorriso.

Dammi una chitarra e poi vedrai come canterò

la noia degli ottanta come una volta urlerò

Griderò…..”

( Nomadi – “60  70  80” – Album “Like a Sea Never Dies” (live) – 1989 )

Anno decimo del terzo millennio era cristiana….qualcuno ha “pronosticato”
che, entro un paio di anni, tutto dovrebbe finire…millenaristiche e
apocalittiche visioni di una società andata a ‘male’ e sostanzialmente incapace
di rettificare il proprio corso discendente e la propria involuzione storica.

Una domanda si impone: se la situazione di generale disastro – etico e morale,
politico ed economico, spirituale e ideale – appare oramai evidente ai più a
chi si deve ascrivere la responsabilità di questa vera e propria discesa in un
baratro del quale neanche si vede la fine? Esiste cioè un’organizzazione – o
più organizzazioni – che hanno preparato scientificamente una società
all’interno della quale funzionano perfettamente meccanismi di alienazione
mentale di massa e di depauperizzazione delle coscienze? Esiste un’esilarca
capace di imporre all’umanità direttive indipendentemente da governi ed
istituzioni nazionali e sovra-nazionali legalmente riconosciute come
“rappresentanti” delle volontà popolari?

A questa domanda tentò di rispondere alcuni anni fa Sergio Gozzoli con una
monografia dedicata ad un “viaggio nel labirinto del potere mondialista” che,
nella sua introduzione, sosteneva una verità all’epoca – fine anni Ottanta – a
malapena ‘percepita’ da esigui settori culturali anticonformisti: “Che il
potere reale – scriveva allora Gozzoli (1) – non stia sempre e del tutto nelle
mani dei governi, delle istituzioni ufficiali, sono oggi in molti a
riconoscerlo. Chi, per esempio, debba essere il candidato di un partito alle
elezioni presidenziali USA, e fra i candidati debba alla fine essere eletto, e
quali linee politiche la sua Amministrazione debba seguire, lo decide in realtà
una ristretta cerchia di personaggi che operano dietro le quinte. Si parla
comunemente di establishment, di lobbies, di “oligarchia finanziaria”. Chiunque
segua con un minimo di impegno e di attenzione, o anche solo di curiosità, le
cose della politica in generale – qualunque sia la sua posizione ideologica o
il colore della sua militanza – conosce per esempio i nomi dei Rockefeller e
dei Rothschild e si rende ben conto della immensa influenta che essi esercitano
oggi sull’economia e sulla politica del mondo. Non che sia cosa nuova. Sono
almeno due secoli che gli eventi mondiali vengono potentemente influenzati, e
negli ultimi tre quarti di secolo addirittura determinati, non soltanto e non
solo dalle forze politiche tradizionali – statisti e rivoluzionari, vertici
militari e religosi, masse popolari e movimenti ideali – quanto piuttosto dalla
casta bancaria internazionale. Sono poche centinaia di uomini che controllano,
insieme alla gran parte delle ricchezze monetarie della terra, i debiti
pubblici della maggior parte degli Stati. Dai loro finanziamenti dipende la
stabilità monetaria ed economica, e quindi sociale e politica, di quasi tutti i
maggiori paesi: i più dei governi infatti – pena la bancarotta e il caos – non
possono fare a meno dei loro prestiti e, soprattutto, della loro competenza
tecnica in materia monetaria.”.

Esattamente! E’ dalle decisioni che vengono prese da qualche assise di questi
plutocrati internazionali, da questi autentici apprendisti stregoni e
alchimisti di formule socio-politiche rigorosamente progressiste e
democratiche, che dipende la sorte di migliaia, milioni probabilmente miliardi
di individui. E’ il sistema o, per esser chiari, sono queste alcune delle
principali organizzazioni che compongono il “sistema” del Mondialismo ossia la
cupola di un potere finanziario tecnocratico che dirige i destini di popoli e
nazioni e determina gli avvenimenti della politica mondiale da tre secoli a
questa parte indirizzandoli verso quelle formule di organizzazione ed
amministrazione conformi ai diktat/desiderata del Potere Occulto.

Un potere che si andrà manifestando nel corso della storia fino all’apogeo
trionfale della conquista delle menti della plebaglia francese alias
Rivoluzione illuministica e anti-teocratica del 1789 la prima seria operazione
direzionale programmata, realizzata e portata a termine dietro le quinte dagli
ambienti dell’Alta Finanza: al grido populistico “rivoluzionario” dei tre
principii guida della Rivoluzione (Libertè Egalitè Fraternitè) le masse
parigine decreteranno l’inizio di una nuova epoca dominata dall’ideologie e
dalle utopie del progressismo, del laicismo, della secolarizzazione.

Il mondo da allora non sarebbe più stato lo stesso: la rivoluzione francese –
la rivolta del Terzo Stato (la borghesia) contro il clero e l’aristocrazia –
sancirà l’avvento nella modernità inondando l’Europa prima e il mondo poi del
virus egualitaristico-massonico, della rivoluzione dei Lumi della “Dea
Ragione”, proclamando la morte dell’autorità “per diritto divino” e quella del
potere temporale della Chiesa; presentandosi essa stessa come contro-Chiesa
lanciata contro tutte le forme di oscurantismo “medievale” e contro tutte le
Istituzioni del pianeta uniformate ai valori della Tradizione. La Rivoluzione
di Francia fu la rivolta organizzata dalle logge massoniche e la rivincita
dell’ebraismo cosmopolita per l’applicazione di un programma di sovversione
globale mirante alla disintegrazione di qualsivoglia ordinamento etico-morale
fondato sui valori della Religione, della Razza e – successivamente attraverso
le teorie socialistico-marxiste – della Nazione.

Non si comprenderebbe altrimenti la storia degli ultimi 230 anni senza
considerare l’efficace proclama sui “diritti dell’uomo” e la sua elezione a
vero e proprio dogma della società contemporanea plasmata ad immagine e
somiglianza del Grande Architetto dell’Universo di tutte le logge e di ogni
conventicola settaria più o meno illuminata dalla “Ragione” (…quella per cui
Massimo Fini, intellettuale non conformista di notevole intuito, ha
giustamentente scritto che…aveva torto…).

Una vera e propria contro-teologia quella del progressismo e della cieca
fiducia nell’umanità (…che scalza e disintegra la stessa concezione di
popolo, nazione e Stato pure proclamata dalla borghesia francese e dal fervore
rivoluzionario giacobino con i moti dell’89…) che determinerà le successive
ventate di isteria populistico-rivoluzionaria che attraverseranno tutto
l’Ottocento e la prima metà del Novecento: dalle rivoluzioni (massoniche)
europee del 1848 (…i risorgimenti…) all’esperimento della Comune
rivoluzionaria di Parigi del 1871 passando per il golpe ebraico di Lenin nella
Russia degli zar (1917) apice di un moto sovversivo che tutto travolge e tutto
distrugge ai piedi del progresso, della ragione, della scienza e della tecnica,
dell’umanità che lancia il suo dissacrante “assalto al cielo” e nega Dio prima
di arrivare – con l’esistenzialismo, il naturalismo, il relativismo e il
darwinismo – a negare l’uomo.

I diritti dell’uomo rappresentano la pietra miliare sulla quale poggiano le
odierne strutture del potere mondialista: ONU e annessi e connessi istituti
sovranazionali, Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, banche centrali
e fondazioni ‘filantropiche’, società multinazionali e affiliate con –
leggermente più ‘occulti’ – i vari, nell’ordine, Round Table,  CFR, Bildeberg
Group, Pugwash Conferences, Trilateral Commission & ‘company’ ad alimentare,
propagandare in senso preogressitico-illuminista e dirigere tecnocraticamente
il corso degli eventi nei quattro angoli del pianeta.

La storia viene ‘prefabbricata’ nel chiuso di qualche loggia massonica, nel
ristretto circolo di qualche apparato segreto mondialista, all’interno dei
consigli di amministrazione di qualche compagnia multinazionale, nel segreto
delle sinagoghe autentici covi di sovversione e destabilizzazione dell’ordine
mondiale. Le parole d’ordine del Mondialismo sono quelle dell’89 riviste e
‘corrette’, ‘modernizzate’, per garantire la gestione del potere su scala
globale: libertà, uguaglianza, fraternità internazionali. Diritti dell’uomo
dogma supremo al quale devono inchinarsi e sottomettersi Stati e nazioni,
governi e istituzioni. E’ un ricatto che dura da oltre due secoli e influenza,
avvolge e uniforma i destini di miliardi di individui in ogni parte del
globo.

Ma cosa sono esattamente questi stramaledetti “diritti dell’uomo” di cui si
‘ciarla’ tanto e altrettanto si scrive? Perchè questa rincorsa all’umanitarismo
più banale che oramai abbonda nei programmi politici e sociali di tutte le
organizzazioni ed i circoli pubblici e privati delle diverse nazioni? Che cosa
si nasconde dietro alle belle parole sui “diritti dell’uomo”?

Innanzitutto un ricatto psicologico che coinvolge e colpisce quelle nazioni
“ree” – agli occhi dei potenti del pianeta – di non volersi “uniformare” al
modello democratico oligarchico occidentale in particolare alle democrazie
plutocratiche per eccellenza (Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti). Sono
questi i tre modelli principali che vengono presentati al resto del pianeta
quali “esemplari” e storicamente credibili esempi di integrazione,
pacificazione sociale, uniformità ideali e stabilità organizzativo-statale.
Tutte le altre “democrazie” non uniformate al modello anglo-sassone o a quello
francese saranno senz’altro da ‘correggere’, la loro evoluzione in senso
‘democratico’ da migliorare e le loro stabilità dipenderanno dall’ennesimo
ricatto di questa o di quell’altra organizzazione mondialista (mediante le
usurocratiche pressioni ai ‘fianchi’). Esistono poi i cosiddetti “stati
canaglia” che sono quelli maggiormente a rischio: Iran, Siria, Corea del Nord,
Irak, Afghanistan sono senz’altro i principali pretendenti alla “maglia nera”
ma anche nazioni quali la Bielorussia,la Birmania, la Cina, il Venezuela,
l’Arabia Saudita e molte altre ancora non sono messe poi così bene a causa del
“mancato rispetto dei diritti umani” (e da questo punto pure la Russia per
quanto normalizzata e ricondotta nell’alveolo delle nazioni ‘democratiche’ non
se la passa troppo meglio).

Vediamo dunque che il ricatto sottile che accompagne le pressioni, le
strategie e le mire dei tecnocrati mondialisti punta principalmente a mettere
in discussione lo status quo delle singole nazioni, dei singoli Stati, che – di
volta in volta – verranno chiamati a rispondere sull’applicazione o meno dei
“diritti umani”. E’ un ricatto psicologico (che si accompagna a quello
economico-monetaristico di strangolamento-strozzinaggio minacciato dalle
sopramenzionate istituzioni mondialiste) che trova un preciso riscontro
nell’attitudine delle organizzazioni internazionali ebraiche che, fin dalla
seconda metà del XIXmo secolo, operavano per la garanzia ed il rispetto delle
libertà delle differenti comunità israelitiche mediante gruppi di pressione fra
i quali si misero in luce a “combattere l’antisemitismo” l’Alliance Israelites
Universelle e il B’nai B’rith. La questione dei “diritti umani” non conosce nè
razza nè religione, è sovranazionale e sovraistituzionale, sovrasta l’ONU e
tutte le bandiere nazionali: è onnicomprensiva, onnipervasiva e onnipresente
laddove la Plutocrazia deciderà di applicarla come forma ricattatoria di
pressione, controllo o mutamento delle politiche di quel determinato Stato.

Perchè ciò possa avvenire è inscritto nella logica stessa, internazionalista e
cosmopolita, della dichiarazione dei diritti dell’uomo e nella sua
estensibilità a 360 gradi e lungo tutti i paralleli terracquei: nessuna nazione
o Stato, popolo o razza, potrà mai sentirsi al riparo dalle ire e dai fulmini
dei potenti oligarchi che hanno in mano la possibilità di giudicare chi
garantisca e chi applica i pretesi “diritti dell’uomo” e, per contro, sulla
base di una altrettanto pretestuosa concezione di autorità sovranazionale chi
siano coloro i quali meritino sanzioni ed eventuali castighi per la mancata
applicazione degli stessi diritti.

“I diritti collettivi – ha scritto Ghislaine Renè Cassin ne “L’Action
Gaulliste” del 30 aprile 1980 – non sono i diritti dell’uomo.” L’ideologia del
diritti dell’uomo, originariamente, manifesta anzi una vera fobia della
collettività. La legge Le Chapelier del 14 giugno 1791, che pose fine alle
antiche corporazioni, proibisce le associazioni professionali perchè “contrarie
alla dichiarazione dei diritti dell’uomo”!. (…) Nei fatti, l’ideologia dei
diritti dell’uomo, assolutamente inefficace (…) di fronte ai dispotismi
contemporanei, è in compenso fondamentale alla destrutturazione delle società
“libere”. “Spingete un pò il fanatismo – scrive Louis Pauwels – e sentirete che
tutto quel che obbliga l’individuo a comportarsi da cittadino è contrario ai
diritti dell’uomo. Celebrerete il culto del’individuo innalzato contro lo
Stato. Vedrete l’esattoria, il commissariato di polizia, la caserma e la scuola
come delle Bastiglie che schiacciano l’uomo. Invocherete la grazia divina di
una completa rottura di solidarietà con la città, la sorte della nazione, il
destino della patria. Ogni costrizione in vista di un bene collettivo si
opporrà ai diritti dell’uomo. (…) L’origine signorile della libertà
individuale e soprattutto il suo riconoscimento giuridico riguadano solo un
aspetto di ciò che intendiamo per libertà: l’indipendenza e non la liberazione,
l’autonomia e non l’emancipazione, o ancora le libertà e non la libertà.” (2)

Ci troviamo di fatto dinnanzi ad un mostruoso Leviatano…quello dei “diritti
dell’uomo”!  Uno dei tanti Leviatani (esistono anche quelli dei “diritti” delle
minoranze etniche e razziali, quelli delle minoranze “sociali”, quelli infine
della difesa ad oltranza di ogni devianza e di tutte le depravazioni possibili
e immaginabili) che compongono il Leviatano supremo rappresentato dall’attuale
concetto di autorità ovvero di un Potere inteso quale sopraffazione
dell’individuo, dei singoli, dei popoli e delle collettività  che si eprime
mediante coercizione e controllo ed è l’espressione – illegittima benchè
legalizzata, subdola benchè operante alla luce del sole – che rappresenta
oramai la quintessenza di tutti i Poteri, di ogni Autorità, di qualunque
Istituzione onnipervadente la società contemporanea di massa.

Potere come oppressione delle coscienza, obnubilamento delle volontà,
disintegrazione dell’anima e dell’identità dell’individuo. Contro una simile
mostruosità occorre ancora una volta levare un grido, una voce, di libertà ed
opporre una ribellione, una reazione, un rigetto del livellamento imposto
dall’alto, del moderno sistema di condizionamento e della sua pretesa
normalizzatrice. In quale modo sia possibile reagire crediamo sia stato
lucidamente e superlativamente tracciato da Ernst Junger nel suo “Il Trattato
del Ribelle” laddove sottolinea come “poche parole come ad esempio “ho detto
no” (…) sarebbero infinitamente più efficaci. (…) Basterebbe un secco “no”
e chiunque cui capitasse sott’occhio capirebbe al volo di che cosa si tratta.
Sarebbe un segno che l’oppressione non è perfettamente riuscita. I simboli
spiccano in modo particolare proprio su un fondo uniforme. (…)  I segni
possono essere colori, figuri e anche oggetti. Quando hanno carattere
alfabetico, la scrittura si converte in ideogrammi: acquista immediatamente
vita, fornisce materia per le spiegazioni. Si potrebbe abbreviare
ulteriormente  e in luogo del “no” tracciare una sola lettera – una R per
esempio. Starebbe a significare, tra l’altro: Raduno, Riflessione, Riscossa,
Rivolta, Rabbia, Resistenza. O magari Ribelle.” (3).

Perchè “ribellarsi è giusto”? Essenzialmente l’atto di ribellarsi è
legittimato da un’oppressione preesistente. In secondo luogo diviene tanto più
legittimo e conforme laddove si consideri che viviamo nel mondo degli ‘altri’,
uniformati ai modelli degli ‘altri’, sottoposti alla tirannia degli ‘altri’ che
ci controlla, spia e cerca di sottometterci alle altrui volontà, ai loro
diktat, alle loro regole e leggi. Viviamo, piaccia o meno, nel mondo degli
“altri”: alieno totalmente e radicalmente alla nostra “welthannshauung”
(visione del mondo) e quindi, indiscutibilmente, nemico. Niente diviene dunque
più legittimo, conforme e sostanzialmente rivoluzionario che un atto di
ribellione: dire “signornò” alla società contemporanea ed al Sistema è
innanzitutto un dovere e oltremodo un atto di resistenza che è preludio per una
presa autentica di coscienza in senso antagonista. Rifiutare le logiche di
asservimento del mercato, quelle alienanti della pubblicità e quelle
normalizzanti della propaganda sarà il primo passo verso una reale distinzione
tra chi si porrà al di fuori del Sistema (delle sue leggi come della sua
apparentemente caotica forma strutturale ossia all’esterno dei telai
istituzional-sbirreschi di omologazione rappresentati dall’insieme dei partiti,
dei sindacati, delle istituzioni pubbliche e private) e chi ne accetterà la
dittatura.

E che di dittatura, mascherata dietro alle solite belle parole d’ordine della
democrazia e della libertà, del consumismo e del progresso (…gli specchietti
per le allodole moderne con le quali il Sistema prende “due piccioni con un
fava” ingannando prima e irretendo poi finendo per erigere un’autentica
struttura di potere repressiva che , quando vuole, distende inesorabilmente le
sue strutture repressive blindando e incarcerando ogni forma individuale –
mediante le ‘note’ liste di proscrizione – o collettiva di dissenso…), si
tratti crediamo ci sia poco da “disquisire” laddove è oggettivamente reale non
solo il rischio ma anche la capacità di eliminazione di qualunque articolazione
critica di opinione e, particolarmente, anche in presenza di parvenze rumorose
ma innocue di pluralismo che risultano funzionali al Potere, alle sue logiche
di omologazione e di controllo ed alla sua capacità di estensione della sua
autorità (….”…la dittatura c’è ma non si sa dove sta/ non si vede da qua,
non si vede da qua…” canta Daniele Silvestri…).

Le moderne forme del totalitarismo democratico sono quelle che hanno creato i
meccanismi diabolici di persuasione occulta, l’ipnotismo omologante della
pubblicità e della propaganda, tutti i sistemi di spionaggio e controllo dei
quali si serve abbondantemente il Potere: le società occidentali contemporanee
sono un esempio lampante di questa deriva sbirresca come, peraltro già
riconosceva ed aveva individuato lucidamente lo stesso Junger laddove sosteneva
che l’estensione di misure “militari” di prevenzione dell’ordine pubblico con
le quali i moderni Stati-Leviatani arrivavano a concepire l’esistenza di
milioni di individui rasentavano la psicosi e stavano a rappresentare le fobie
dei detentori del potere, incerti, insicuri, intolleranti dinnanzi alla
semplice idea, alla prospettiva futura, di un cambiamento brusco di regime, di
una modifica del loro status quo sul quale, in definitiva, risiede la loro
autorità fondata sull’oro e sull’applicazione di leggi d’emergenza, stati di
polizia, organizzazioni istituzionalizzate criminali al servizio dei loro
interessi particolaristici. E che di istituzioni “criminali” – intese nella
loro reale condizione di copartecipanti al “banchetto” e quindi co-responsabili
delle disfunzioni, delle malattie e dei malesseri del Sistema (fra i quali il
ladrocinio pubblico e privato sarebbe in fondo il lato meno ‘criticabile’) – si
possa tranquillamente parlare intendendo con ciò tutti i gruppi di pressione,
le lobbie’s e soprattutto gli apparati repressivi in armi è un dato di fatto
che crediamo sia legittimo sottolineare laddove il Potere si esercita, oggidì,
soprattutto mediante indottrinamento e controllo propagandistico mediante i
nuovi strumenti di condizionamento dei mass media che formano la cosiddetta
opinione pubblica. Perchè questi eserciti pubblici al servizio di interessi
privati sono nè più nè meno forze di natura  gangsteristico-mafiosa (gruppi di
pressione al servizio di questa o quell’altra fazione della “casta” dei
mercanti) e organizzazioni puntate contro qualunque forma di dissenso, pronte a
stroncare qualsiasi anelito di libertà e a disintegrare ogni ipotesi di
rivolta. Il significato più profondo di questa realtà oramai onnicomprensiva
viene riconosciuto da Junger laddove sottolinea che gli eserciti “diverrano
tanto più idonei all’azione nichilistica quanto più svanisce in essi l’antico
nomos, inteso come tradizione. Nella stessa misura si rafforza necessariamente
il loro carattere di mero strumento d’ordine e con esso la possibilità da parte
di chiunque detenga le leve del potere di servirsi dell’esercito a suo
piacimento. (…) Dove poi si presentano come soggetto politico, rappresentati
dunque dai generali, le prospettive di successo saranno meno favorevoli che nel
caso in cui a portare avanti l’azione siano i partiti di massa. La tendenza a
coinvolgere nel movimento un numero troppo alto di persone anziane e valori
antiquati mette in pericolo l’impeto nichilistico dell’azione. (…) Ciò che
più di ogni altra cosa è adatto a qualsivoglia utilizzazione e subordinazione è
l’ordine tecnico, il quale tuttavia proprio attraverso questa subordinazione
trasforma le forze che di esso si servono, facendone dei lavoratori. Ciò vale
anche per le organizzazioni ad esso collegate: leghe, associazioni industriali,
mutue, sindacati e via dicendo. Predisposte come sono al puro funzionamento, il
loro ideale consiste nel non far niente di più che “premere il pulsante” o
“girare l’interruttore”. Queste organizzazioni si adattano perciò, senza
particolari modificazioni, a forze apparentemente contrapposte. Il marxismo
vide ben presto nello sviluppo delle concentrazioni e dei monopoli
capitalistici un utile strumento. Con il loro crescente automatismo, gli
eserciti acquistano una perfezione da insetti, e continuano quindi a combattere
in posizioni che l’arte militare di vecchio stile considerava un delitto
mantenere.” (4).

Ad una prima analisi relativa ai meccanismi coercitivi di massa non deve
sfuggire l’imponente spiegamento di mezzi tecnici – massmediatico-informatici –
che sono stati messi al servizio del Potere: la rivoluzione tecnologica che ha
contrassegnato gli anni Ottanta/Novanta del XXmo secolo rappresenta il
superamento ed un’evoluzione pericolosissima delle vecchie tecniche di
controllo sistemico. L’aumento delle disponibilità offerte dalla tecnica è
anche un salto di qualità che facilità il lavoro di controllo, contrasto e
repressione di tutti quegli apparati che il Potere domina e del quale si serve
per mantenere in istato di subordinazione i suoi “cittadini” che, nel caso in
questione – per il Leviatano moderno -, sono considerati nè più nè meno alla
stregua di “sudditi” beoti ai quali elargire le briciole (panem et circensis)
di un sapere informatico organicamente concepito per individuare, monitorare e
meglio catalogare le forme eventuali di dissenso presenti nel corpo sociale.

L’estensione dei mezzi d’informazione, la loro apparente facile fruibilità e
disponibilità sono tecniche nuove ma non meno insidiose di un controllo che
resta alto e mantiene costante la sua attitudine preventivo-repressiva: ne è
una palese riprova il dibattito che da anni si è sviluppato, proprio in seno
agli stessi organi di controllo del Sistema, sulle “libertà d’espressione”
particolarmente insidiose che rappresenterebbero i moderni strumenti
computeristici con appelli, ad ogni piè sospinto, a “chiudere” la “rete”
internet la quale, sia detto per inciso, rappresenta lo specchietto per le
allodole dei complessati moderni attirati sapientemente verso forum e social-
network tutti “under controll”.

Eppure va da sè che, accanto a quest’opera di ‘monitoraggio discreto’
esercitata da dietro uno schermo da qualche apparato di poliza, sia costante e
continua sul territorio l’attività di repressione ‘classica’ altrettanto
facilitata dal vertiginoso aumento di ‘occhi informatici’ (fotocamere e
telecamere, bancomat e carte di credito) i quali si vanno a integrare con
l’incremento del numero di effettivi dislocato e con la loro aumentata tecnica
d’indagine e di controllo. Questo surplus di agenti e ‘segugi’ sistemici appare
oltremodo esagerato ma contraddistingue il livello, e anche la ‘raffinata’
attività di ‘persuasione’ di massa (…fiction televisive comprese…),
raggiunto e la capacità di intervento elevatissima ottenuta dall’interazione
fra uomini e mezzi che formano una forza dissuasiva non indifferente e sempre
allertabile per qualsiasi evenienza.

In una società complessa, articolata in una serie di diversi centri di potere
decisionali, modellata sul mito della tecnica e della scienza messe al servizio
dell’efficienza, visibili segni di un potere che si ritiene acquisito questa
dimostrazione di forza oltre a lasciare perplessi è sintomatica di uno stato di
ansia che evidentemente può, in qualunque momento e in determinate circostanze,
sopravvenire a turbare il sonno di lorsignori detentori del potere. Una simile
paura costituisce il primo, fondamentale, segnale di instabilità e insicurezza
ma – in particolar modo – è la prima obiettiva istigazione “a delinquere” che
viene ad alimentare un bacino, almeno ipotetico, di opposizione reale e non
fatua di nemici irriducibili dell’ordine costituito.

“Noi – sostiene Junger (5) – ci limiteremo a ipotizzare che, in una città di
diecimila abitanti, cento di loro siano determinati a smantellare il potere.
Una metropoli di  un milione di abitanti conterà dunque diecimila Ribelli, se
vogliamo servirci di questo termine pur non avendone ancora valutato appieno la
portata. E’ una forza imponente – sufficiente persino a far crollare forti
tiranni. Le dittature non sono soltanto pericolose, sono esse stesse sempre in
pericolo poichè l’uso brutale della forza suscita ovunque ostilità. Stando così
le cose, la presenza di esigue minoranze pronte a tutto costituisce una
minaccia, in particolare quando esse abbiano messo a punto una loro tattica.
Questo spiega la crescita abnorme della polizia. A tutta prima sembra
sorprendente che un impero che gode di schiaccianti consensi abbia ingigantito
la polizia fino a trasformarla in un esercito. Ed è ciò che è realmente
avvenuto. Da un uomo che in una sedicente “votazione per la pace” ha votato
“no” ci si dovrà aspettare la resistenza, soprattutto quando il potere comincia
a dibattersi nelle prime difficoltà. Se le cose si mettono male, non si potrà
invece contare, con altrettanta sicurezza, sul consenso dei rimanenti
novantanove. In casi del genere la minoranza è simile a un agente chimico dagli
effetti potenti e imprevedibili. Per individuare, osservare e controllare i
punti in cui inizia questo processo è necessaria una imponente forza di
polizia. La diffidenza cresce di pari passo con il consenso. Quanto più il
numero dei voti “positivi” si avvicina al cento per cento, tanto più aumenta il
numero delle persone sospette, essendo probabile che gli oppositori abbiano
ormai abbandonato l’ordine statisticamente accertabile, per trasmigrare in un
ordine diverso, invisibile, che abbiamo individuato come l’ordine di quelli che
passano al bosco. D’ora in poi tutti, nessuno escluso, dovranno essere tenuti
sotto controlo: lo spionaggio manda i suoi agenti a esplorare ogni isolato,
ogni edificio. Cerca persino di intromettersi nelle famiglie e celebra i suoi
estremi trionfi con le autoaccuse nei grandi processi propagandistici: qui
vediamo l’individuo fare la parte del poliziotto di se medesimo e contribuire
al proprio annientamento. Egli non è più, come nel mondo liberale, un’entità
individuale: lo Stato lo ha smembrato in due parti, l’imputato e il suo
accusatore. Questi Stati armati fino ai denti, che si vantano di possedere il
monopolio del potere, e al tempo stesso appaiono tanto vulnerabili, offrono
davvero uno strano spettacolo. La cura e l’attenzione che devono dedicare alle
forze di polizia minano la loro politica estera. La polizia erode il bilancio
dell’esercito, e non quello soltanto. Se le grandi masse fossero così
trasparenti, così compatte fin nei singoli atomi come sostiene la propaganda
dello Stato, basterebbero tanti poliziotti quanti sono i cani che servono a un
pastore per le sue greggi. Ma le cose stanno diversamente, poichè tra il grigio
delle pecore si celano i lupi, vale a dire quegli esseri che non hanno
dimenticato che cos’è la libertà. E non soltanto questi lupi sono forti in se
stessi, c’è anche il rischio che, un brutto giorno, essi trasmettano la loro
qualità alla massa e che il gregge si trasformi in branco. E’ questo l’incubo
dei potenti.”.

Il gregge belante nell’ovile di casa può repentinamente, improvvisamente,
trasformarsi in un branco di lupi assetati: è questa la particolarità di una
condizione di assoluta fragilità di un Sistema che si è costruito solo ed
esclusivamente sugli slogan propagandastici, sulle parole d’ordine buone per i
comizi dei politici e da riportare ad ogni tornata elettorale su qualche
manifesto, sul tam tam tambureggiante dell’opinionismo servile dei mezzi di
informazione che osannano ad ogni buon conto le magnificenze del Potere
relegando l’individuo alla sua mercè. Da questo stato di polizia mascherato, da
questa condizione di apparente libertà che costituisce il principale punto di
forza ed insieme di debolezza delle società moderne, può sempre nascere – in
qualsiasi momento – una ribellione perchè dinnanzi alle forme nuove assunte dal
totalitarismo, dietro alla maschera sorridente e arrogante di un potere che si
autocelebra quotidianamente, nella penombra si possono annidare ribelli e
nemici. Ribelli dei quali ovviamente non è attualmente possibile parlare….
Nell’attuale scansione spazio-temporale manca qualsivoglia forma organizzata di
dissenso: la tabula rasa sistemica che ha colpito le aree potenzialmente
antagoniste dell’Occidente giudaico-mondialista nel periodo compreso fra la
fine dei Settanta e i primi Ottanta ha reso pressochè nullo il valore di
contrasto e tutte le iniziative volte a mutare una direzione di marcia generale
caratterizzata da una progressiva normalizzazione. Occorrerà ‘preparare’ il
“terreno” per chi verrà dopo di noi: è alle future generazioni di un domani
lontano che sarà consegnato il ‘testimone’; è ai ribelli di domani che verrà
delegato il compito di riprendere l’assedio delle metropoli capitalistiche
occidentali. Ribelli che saranno, un domani, pronti a prendere d’assalto la
cittadella del potere quando si sentiranno sufficientemente preparati e forti
per colpire: avranno appreso l’arte del sabotaggio industriale, le tecniche
della guerriglia, l’utilizzo dei mezzi per ribaltare rapporti di forza
altrimenti improponibili ed allora, a quel punto, costituiranno un esercito,
una forza armata, capace di essere immediatamente operativa e di contrastare le
forze ‘regolari’ della repressione del Sistema borghese.

Questa “armata” di ribelli “passati al bosco” sarà l’embrione di quel
movimento di liberazione nazionale sul quale si dovranno fondare le nuove
impalcature di un’ordinamento diverso; essi – i ribelli – costituiranno
l’avanguardia militante e la coscienza vigile di quel voto “no” che
raccoglieranno come un invito, un incentivo ed un segnale di solidarietà per
aggregarsi in nuclei sempre più ampi di nemici del Potere. Attaccare i simboli
del potere, colpire dietro le linee del nemico, sabotare gli ingranaggi della
macchina di produzione – dei consumi e delle idee – saranno le manifestazioni
di un dissenso che diviene ribellione, di una ribellione che in trasformazione
può diventare rivoluzione: sono le premesse naturali per il rovesciamento
dell’ordine costituito e i cardini per una metodologia di lotta e di vittoria
che impegnerà l’avanguardia rivoluzionaria mobilitata attorno all’obiettivo
principale della lotta al Sistema per la disintegrazione del Sistema. Hic et
nunc.

Al ribelle occorre il caos: occorre la produzione del caos, dell’instabilità,
dell’insicurezza. Il ribelle si prepara ad una battaglia contro forze ingenti,
ingentissime, molto più preparate e meglio armate di lui; forze addestrate per
controllare e soprattutto reprimere, forze inquadrate in brigate, battaglioni e
legioni speciali di agenti in servizio permanente ed effettivo al lato del
Potere. Esemplare in questo senso potrà essere quella specie di “guerriglia
urbana” settimanalmente ‘inquadrata’ e ‘pre-ordinata’ attorno all’evento
sportivo: lo stadio diviene il campo di battaglia, le città possono
trasformarsi rapidamente nella cittadella nemica da espugnare, il ‘branco’ dei
lupi-ultrà che si muove al seguito della squadra ha lavorato per un’intera
settimana strategie da ‘blietzkrieg’ per cogliere il ‘nemico’ (sia che si
tratti della tifoseria avversaria sia che si tratti dei tutori dell’ordine in
divisa)  di sorpresa. Ovviamente quella della violenza-ultrà e del “pericolo”
che i gruppi organizzati del tifo rappresenterebbero è semplicemente una
“messinscena” che oramai viene abitualmente “lasciata evaporare”: fuochi fatui
di norma che non impensieriscono il Potere che difatti lascia campo libero per
lo scatenamento temporaneo di forme di ribellismo ininfluenti e incapaci di
spostare anche di un millimetro i rapporti di forza nè tantomeno di ledere
l’autorità dei rappresentanti istituzionali. La guerriglia ultrà domenicale è,
in fondo, una specie di “gioco”, una finzione, un ‘mimare’ quella che dovrebbe
essere la guerriglia rivoluzionaria…o, perlomeno, è ciò che pensano e
desidererebbero sempre i detentori del Potere, coloro i quali hanno in mano le
leve dei comandi del ‘gioco’. Non è detto comunque che, un domani, da queste
‘fazioni’ sbandate di ribelli ‘domenicali’ non siano possibili forme
organizzate compiute di ribellismo anti-sistemico laddove queste masse
costituirebbero indiscutibilmente una forza consistente capace di disarticolare
e scombussolare per qualche ora gli apparati repressivi sistemici. E’ dagli
sbandati delle metropoli grigie e fumose,  dai ghettizati, sottopagati e
sfruttati della catena di montaggio consumistica, dal sottoproletariato, da
questa specie di embrionali agglomerati ribellistici e dagli istinti di rivolta
e insubordinazione della gioventù che si deve ripartire, lo si voglia o meno,
per costruire l’avanguardia rivoluzionaria dei ribelli, il nucleo centrale e la
classe dirigente del futuro partito rivoluzionario antiborghese e
antisistemico. Anche in questa ‘direzione’, soprattutto in questa direzione,
sarà necessaria un’opera di ‘catechesi’ rivoluzionaria (…i ‘fondamentali’
…) primo momento reale per dare al futuro combattente anti-mondialista una
coscienza della propria missione storica. L’indottrinamento di quadri dirigenti
e militanti costituisce pur sempre l’abc dell’azione politca di rottura delle
regole e dei limiti imposti dal Potere. Questa fase avanzata della lotta deve
comunque costituire un’opzione sempre valida per quel ‘balzo in avanti’ nella
costituzione del partito rivoluzionario di massa.

Ma facciamo un passo indietro e torniamo al nostro ribelle…a chi ha detto
“no”…a coloro che si sono opposti in forme che possono ancora essere
embrionali, incoscientemente o coscientemente che sia,al potere costituito. A
questa schiera di irriducibili antagonisti devono essere date parole d’ordine
per continuare la lotta politica, devono essere instillati valori che,
inizialmente,  a malapena forse riusciranno a riconoscere come propri, devono
infine essere consegnate ‘direttive’ elementari ma concrete di azione
rivoluzionaria. I ribelli non hanno divisa, soffrono la disciplina troppo
severa, l’irrigidimento e l’inquadramento soffocanti: sono spiriti liberi che
hanno a cuore la libertà – la loro e quella del loro ‘branco’ – e come tali
tendono a muoversi, indisciplinati e fuggiaschi, alla stregua di un branco di
lupi.

Il ribelle conosce perfettamente la libertà e non sarà disposto a rinunciare
ad essa quindi può, anzi deve, costituire un elemento incendiario, un
catalizzatore di energie  e la prima linea di un fronte offensivo che intenda
colpire al cuore il sistema e le strutture di controllo e repressione del
potere costituito. E’ questa l’avanguardia rivoluzionaria e sono questi i
compiti che spettano ad una avanguardia rivoluzionaria: colpire senza sosta,
colpire e scappare, mordi e fuggi, sabotare, disintegrare dietro le linee,
disconnettere e disarticolare laddove possibile i meccanismi regolatori del
Sistema.

“Chiamiamo (…) Ribelle chi nel corso degli eventi si è trovato isolato,
senza patria, per vedersi infine consegnato all’annientamento. Ma questo
potrebbe essere il destino di molti, forse di tutti – perciò dobbiamo
aggiungere qualcosa alla definizione: il Ribelle è deciso a opporre resistenza,
il suo intento è dare battaglia, sia pure disperata. Ribelle è dunque colui che
ha un profondo, nativo rapporto con la libertà, il che si esprime oggi
nell’intenzione di contrapporsi all’automatismo e nel rifiuto di trarne la
conseguenza etica, che è il fatalismo. Considerandolo sotto questo aspetto, non
avremo più dubbi circa il significato che il passaggio al bosco assume non
soltanto nel pensiero ma anche nella realtà di questi nostri anni.” (6)

Il Ribelle è di istinti anarchici perchè profondo è il suo concetto di
libertà, perchè sente la libertà come una condizione naturale, perchè persegue
l’obiettivo – con tutte le proprie forze ed i mezzi che ha a disposizione –
della sua libertà: è l’autarca-nichilista dei nostri giorni lo stilema di
riferimento e l’archetipo del rivoluzionario del Terzo Millennio.  Il Ribelle
jungeriano sente di non appartenere più a niente e niente ha da perdere in una
lotta disperata contrassegnata dalla rinuncia a qualunque cosa all’infuori
della libertà. E’ un nichilista, un inguaribile romantico, un irriducibile
asceta dell’azione per l’azione. E’ colui che varca imperturbabile il
“meridiano zero” e si da alla macchia, compiendo quel ‘passaggio al bosco’
essenziale per “vivere” pienamente la sua libertà altrimenti blindata,
controllata e violentata dalle forme preventivo/repressive del Potere. In lui
vive e rivive la passione e l’eredità ideale del nichilismo, il fuoco sacro
dell’azione romantica, il radicalismo del combattentismo di quegli arditi o di
quei legionari fiumani che andavano, baionetta tra i denti e fucili spianati, a
“cercar la bella morte” sui campi di battaglia della prima guerra mondiale.
Nella sua immagine rivive la furia anti-modernista dei primi socialisti,
l’impeto tsunamico delle prime manifestazioni sindacaliste, la sfida lanciata
ad un potere borghese dall’irruenza anarcoide del tardo Ottocento (….”la
fiaccola dell’anarchia” cantava Francesco Guccini ne “La locomotiva”….).

Ora occorrerà una ‘distinzione’ ‘conforme’ giacchè le considerazioni finora
espresse devono situarsi al di là di un ‘posizionamento ideologico’ e ancor più
lontano da qualunque condizionamento o ‘fascinazione’ partitico-politica:
occorre cioè ‘fissare’ i  ‘limiti’ della nostra “chiamata alle ‘armi'” e
identificare su di un piano non astratto qual’è il tipo-umano al quale ci
riferiamo quando parliamo del nostro ribelle.

Esistono azioni che possono mutare radicalmente lo scenario socio-politico di
un determinato Stato ed esiste una forma, divisa interiore, che dev’essere
concepita quale ‘luogo’ ideale del deposito di valori verso i quali situare la
predetta azione di rottura: qualora intendessimo riferirci ad una mutazione dal
basso dell’ordine costituito occorrerà pur sempre invertire la rotta in senso
ascendente, ponendo la sfera della nostra azione su di un piano verticale per
ciò che riguarda i principii teorici mentre risulterà necessariamente conforme
una dimensione su di un piano orizzontale per quanto concerne la pratica
quotidiana (essere tribù attualmente non sposterebbe di un millimetro gli
attuali equilibri di potere e condurrebbe le future avanguardie rivoluzionarie
ad una sonora disfatta). Occorre cioè ‘fissare’ qualche ‘dato ontologico’
riguardo al nostro ribelle.

A questo proposito, e giustamente, scrive Julius Evola: “una caratteristica
dei tempi ultimi è l’urgenza, la spinta e l’azione di rottura esercitata dal
basso, e in funzione del basso, sulle strutture esistenti: il che corrisponde
al solo significato proprio e legittimo del termine “sovversione”. Questa
situazione ha per evidente presupposto la crisi dell’insieme delle strutture di
cui si tratta: siano esse strutture politico-sociali che culturali e
intelletuali. Così essa si accompagna ad un processo contro il mondo moderno,
la società borghese e il capitalismo, contro un ordine ridottosi ad essere un
disordine esteriormente frenato, contro forme di esistenza divenute prive di
ogni significato superiore, disumanizzanti, creatrici – per usare un termine
ormai abusato – di “alienazioni”. La rivolta contro tutti questi aspetti di una
civiltà problematica può essere legittima. Ma ciò che caratterizza i tempi
ultimi è la carenza di ogni azione rettificatrice, liberatrice o restauratrice
dall’alto: è il fatto che si permette che l’iniziativa e l’azione, spesso
necessaria, di rottura, avvengano appunto partendo dal basso; dal basso, inteso
sia con riferimento a strati sociali inferiori, sia a valori inferiori. Così la
conseguenza quasi inevitabile è lo spostarsi del centro di gravità verso un
livello che sta ancor più giù di quello delle strutture entrate in crisi e
divenute quasi prive di ogni contenuto vitale.” (7)

Queste considerazioni preliminari di Evola ci inducono ad una chiarificazione:
allo sgretolamento circostante dell’insieme delle strutture che costituiscono
il mondo in decadenza che definiamo borghese occorre guardare con distacco,
disinteresse e assoluta superiorità: la difesa dell’esistente non deve
interessare nè su di un piano materiale-operativo nè tantomeno su un livello di
partecipazione più o meno ideale; occorre mantenere le distanze e saper mediare
fra posizioni difensivistico-legalitarie, funzionali al mantenimento dello
status quo ed a ritardare il suo inevitabile crollo, e banale primitiva
istintività disgregatrice fine a sè stessa.

Il livello di sfaldamento etico e quello di assoluta devastazione ontologica
non ci permettono passi falsi nell’una o nell’altra direzione: se da un lato si
andrebbe a procastinare l’inevitabilità della fine, del tramonto, della società
borghese; dall’altro lato si accelererebbero esclusivamente pulsioni tellurico-
materialistiche che aumenterebbero esclusivamente lo stato caotico senza
imprimere una svolta rettificatrice al quale, comunque, deve tendere
un’avanguardia rivoluzionaria consapevole di operare per l’avvento di un mondo
nuovo e l’edificazione/educazione di un tipo umano completamente rigenerato ed
alieno dalle sirene fascinanti e dai miti incapacitanti del progressismo e
dell’umanesimo dei quali sono abbaondantemente infarcite le teorie
internazionalistico-egualitariste. La nostra lotta ribellistica ha obiettivi di
costruzione di un ordine nuovo; mira alla creazione di Imperium, di comunità
organiche, di società e sistemi sociali liberatisi definitivamente da tutto
l’insieme posticcio di quelle superstizioni utopistiche che hanno
caratterizzato la storia umana dalla rivoluzione dei Lumi francese fino ai più
recenti avvenimenti del Sessantotto novecentesco.

E su questo crediamo non esista alcuna discussione così come non dovrebbero
esisterne – per quanti realmente antagonisti e ribelli al Sistema –
relativamente alla necessità di una radicale opposizione a tutto il mondo dei
valori borghesi ed all’ordinamento politico e sociale che di quei valori e di
quegli ideali è il ‘tenutario’ ed assieme l’erede ‘degnissimo’. La
disintegrazione del Sistema è premessa d’azione rivoluzionaria e consegna
militante alla quale non deve mancare il contributo di tutti coloro i quali
sono (o tali si proclamano) non soltanto ‘alternativi’ ma irriducibilmente
nemici ed avversari.

Evola in merito infatti sottolinea ludicamente come “che si possono denunciare
gli errori, i difetti e le degenerazioni di un sistema, si può essere, ad
esempio, contro la borghesia e contro il capitalismo, però partendo da un piano
situato al disopra e non al disotto di esso, in nome non dei valori
“proletari”, cosiddetti “sociali” o collettivistici, bensì di quelli
aristocratici, qualitativi e spirituali: i quali valori potrebbero dar luogo ad
un’azione rettificatrice perfino più radicale, qualora si trovassero uomini
veramente alla loro altezza, muniti di sufficiente autorità e potere, tanto da
prevenire e stroncare con una rivoluzione dall’alto qualsiasi velleità o
principio di rivoluzione dal basso.” (8).

Dunque aristocrazia elitarismo e visione ascetico-tradizionale sul piano dei
principii per un’azione ribellistica e disintegrativa delle ultime ‘vestigia’
decadenti e desolanti del Potere della borghesia. Questa la divisa-interiore
che dovrà caratterizzare il nostro Ribelle “contro il mondo moderno”; il
Ribelle di Junger, la metallica forma spartana di uno stilema di ‘razza’
superiore, di un lucido fanatismo che mira ad essere sempre più
irriducibilmente e radicalmente fanatico!

Il Ribelle jungeriano è l’autarca nichilista, un singolo braccato da un
ordine che esige innanzitutto il controllo capillare e la repressione
sistematica per autocelebrarsi e legittimare la propria autorità. Contro questo
Sistema si desterà un “uomo-nuovo”, un individuo alieno dai compromessi e
insensibile alle fascinazioni diversive, superiore alle sirene adulatorie ed ai
meschini e vili giochetti di potere; un individuo – evolianamente parlando –
realmente “differenziato”; un soggetto-nuovo della Storia, l’asse di
congiunzione tra i valori della Tradizione informale eterna e le radicalità
ideologico-politiche espressione di quel mondo del combattentismo,
dell’arditismo e dell’azione che consacrarono la “generazione del fronte” che,
nel periodo compreso tra le due guerre mondiali, seppe creare i presupposti per
un nuovo idealismo ed una nuova visione eroico-virile della vita. Il Ribelle
che intendiamo prefigurare per l’avvenire sarà, in condizioni improponibili di
rapporti di forza illogici ed assurdi, disposto all’atto estremo, a dare
costantemente battaglia, a proseguire irriducibilmente la lotta. E’ a questo
individuo che ovviamente sono indirizzate queste considerazioni d’ordine
generale…. Un individuo che non ha niente, ovviamente, a che spartire con il
luccichio civettuolo e illuministico dei ‘proclami’ sui diritti dell’uomo e
sull’egualitarismo sociale perchè – contro queste costruzioni del pensiero
borghese – saprà irrompere la furia cieca della ribellione, l’azione diretta e
devastante che frastuona, scuote e risveglia le coscienze, il faro illuminante
imprevisto ed imprevedibile del grande sovvertimento, il caos informe che
genera emozioni e nuove forme di vita e, dulcis in fondo,  il grido di rivolta
del ribelle inquieto ed inquietante dei tempi moderni: dal caos ad un nuovo
ordine; dal magma incandescente del vuoto post-nichilista a forme altre di
evoluzione; dalla sfera emotiva, tellurica lunare e discendente ai valori
eterni della razionalità consapevole e responsabile e ad una concezione
metafisica, solare e ascendente della vita e dell’uomo.

Al di là del bene e al di là del male perchè, comunque, ribellarsi è giusto!

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

10 GIUGNO 2010

NOTE –

1)  Sergio Gozzoli – “Sulla pelle dei popoli – Viaggio nel labirinto del
potere mondialista” – Nr. speciale de “L’Uomo Libero – Rivista trimestrale –
Milano – Anno IX – Nr. 27 – Giugno 1988;

2) Alain De Benoist/ Guillaume Faye – “La religione dei diritti dell’uomo” –
in “Diorama Letterario” – Firenze –  Nr. 127 – Giugno/Luglio 1989;

3) Ernst Junger – “Trattato del Ribelle” – Ediz. “Adelphi” – Milano  1990;

4) Ernst Junger – “Oltre la linea” – Ediz. “Adelphi” – Milano 1993 ( crf  E.
Junger/M. Heiddeger – “Oltre la linea”);

5) Ernst Junger – “Trattato del Ribelle” – Ediz. “Adelphi” – Milano 1990;

6) Ernst Junger – ibidem;

7) Julius Evola – “Rivoluzione dall’alto” – (crf  J. Evola – “Ricognizioni –
Uomini e problemi” – Ediz. “Mediterranee”  – Roma 1974;

8) Julius Evola – ibidem;

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