Il clistere dell’ebreo

RICOGNIZIONE SCRITTORIO-POLEMICA SULLA POLITICA RAZZIALE DEL FASCISMO

di Dagoberto Husayn Bellucci


“I Gentili sono un branco di pecore, noi siamo i lupi!”

( “I Protocolli dei Savi Anziani di Sion” )

” Chi, fra gli italiani, può volere la dissoluzione dell’Italia? A coloro che si domandano: dove andrà il “povero ebreo”, se restano ferme le misure adottate dal Regime?Noi chiediamo: dove andrà l’Italia, se il giudaismo resta in mezzo a noi?”

( Giuseppe Maggiore – “Razza e Fascismo” – 1939 )

Abbiamo non da oggi sottolineato – e prima di noi autorevoli storici e
studiosi della questione ebraica già avevan rilevato il problema –
l’irresponsabilità, l’immaturità e l’estrema approssimazione con cui fu varata
dall’Italia fascista nell’autunno 1938 la cosiddetta “legislazione razziale”
con particolare riferimento all’affrontamento del problema ebraico.

Problema eterno che, in quella particolare fase storica e politica del vecchio
continente, squoteva animi e coscienze di un’Europa nella quale andavano
maturando i presupposti per l’aggressione internazionalista delle forze
demoplutocratiche occidentali e del bolscevismo contro le Rivoluzioni
Nazionali: da un lato la Germania nazionalsocialista era stata, fin
dall’avvento di Hitler alla Cancelleria del Reich, boicottata e più volte
minacciata di ritorsioni belliche da ambienti statunitensi dell’ebraismo
(ovvero il cuore pulsante dell’Internazionale capitalistica, ebraico-massonica
e reazionaria…Jew York e ‘dintorni’); dall’altro lato l’Italia fascista aveva
subito le sanzioni economiche della Società delle Nazioni per la sua avventura
etiopica restando nel mirino delle potenze occulte della Massoneria e
dell’Ebraismo che finanziavano il fuoriuscitismo antifascista in Francia e nel
resto dei paesi democratici.

La seconda guerra d’aggressione ebraico-massonica contro l’Europa sarebbe
scoppiata nel giro di una decina di mesi quando Mussolini e il Gran Consiglio
del Fascismo emanarono il R.D.L. (regio decreto legge) n. 1728 del 17 novembre
1938 considerato da qualcuno come la “magna charta” del razzismo italiano. In
realtà esso non faceva altro che tradurre – e porre le basi della concreta
trasformazione in legge dello Stato italiano – e ordinare giudiricamente le
decisioni prese dall’organo supremo del Fascismo, appunto il G.C.d.F., del 6
ottobre precedente.

La riunione del Gran Consiglio si svolse a Roma, presso Palazzo Venezia, nella
notte tra il 6 e il 7 ottobre (dalle 22 alle 2,45) alla presenza del Duce e di
tutti i ministri (unico assente il quadrumviro De Vecchi). Presero la parola
intervenendo nella discussione, fra gli altri, Balbo, Federzoni e De Bono (che
– secondo quanto riportò nel suo diario l’allora ministro degli Esteri Galeazzo
Ciano (1) – si dichiararono contrari ai provvedimenti); Buffarini-Guidi,
Starace, Bottai, Volpi, Cianetti, Farinacci e Alfieri (tutti favorevoli).

In occasione di quella discussione il Duce – secondo quanto riportò di quella
riunione Bottai nel suo diario (2) – esordì “…con impeto polemico. E’ una
polemica interiore che si fa strada tra aspre parole contro probabili
oppositori, presenti e assenti. “E’ dal 1908 – afferma – che vò meditando il
problema. Si potrà, occorrendo, documentarlo. Si legga, del resto, il mio
discorso di Bologna “questa nostra stirpe ariana e mediterranea” del 3 aprile
1921″. Poi afferra dei fogli staccati di rivista: “Sentite che cosa è accaduto
in una città della Valle Padana”. Sono le pagine dello scritto di Nello Quilici
sulla “Nuova Antologia”, che dimostrano la penetrazione ebraica nel tessuto
politico-amministrativo-culturale di Ferrara. La “botta” va dritta a Balbo, che
cerca darsi un contegno. Accenna al fenomeno per Trieste. Fa un rapido accenno
all’Impero. “Bisogna porre e nettamente, il problema. Se non si corre ai ripari
si perde l’Impero”. Ricorda i casi del Goggiam; cita episodi di convivenza di
bianchi con donne negre. Torna agli ebrei. “Il residuo antifascismo è di marca
ebraica. I conati di azione ostile a Hitler, durante il suo viaggio in Italia,
sono dovuti a ebrei. Fu un ebrei, Giacomo Lumbroso di Firenze, a compilare e
diffondere i manifestini che invitavano gli italiani a “dimostrare” contro
Hitler con il pretesto patriottico dell’Anschluss”. Parla del Manifesto. “Sono
io, praticamente, che l’ho dettato”. (2)

E il Gran Consiglio del Fascismo si allineò varando quelle che sarebbero
diventate le future “leggi razziali”. I provvedimenti per la “difesa della
razza” come scriverà – non a torto – Carlo Alberto Roncioni si sarebbero
rivelati ininfluenti, irresponsabili e assolutamente inefficaci per contrastare
l’onnipervadente presenza ebraica all’interno delle Istituzioni fasciste e –
considerando quelle che furono le prime disposizioni di quel novembre 1938 –
anche in aperto contrasto con il Concordato del 29 realizzato dal Duce con il
Vaticano per ciò che riguardava i matrimoni misti (di qui la nota polemica
della Santa Sede per richiedere modifiche che non furono accolte in particolare
quelle che voleva equiparare i convertiti ebrei al cristianesimo al rango di
“ariani”…e qui evitiamo ogni polemica circa la caratteristica precipua della
Chiesa cattolica di considerare “cristiani” i neo-conversi dall’ebraismo…come
si sa la storia del cattolicesimo, specialmente di quello trionfante nella
Spagna della “reconquista”, è zeppa di “marrani”…il marranesimo dei giudei è
un fattore che peraltro ha avuto i suoi esiti di infiltrazione anche tra le
comunità islamiche… lo si è visto parlando di Jacob Frank e della setta dei
“dummeh turchi” ovvero finto-ebrei convertiti all’epoca del messianismo del
rabbi Sabbatai Zevi 1666 e dintorni…).

Scriverà Roncioni: “Con le leggi del ’38 comincia un movimento che sarà la
vergogna dell’anti-ebraismo. La confusione e l’ignoranza daranno come risultati
episodi tristissimi di Ebrei fascisti di secondo piano e di sicura fede che
muoiono suicidi e di Ebrei e Massoni sempre più potenti. Nel ’38 furono varate
le leggi e nel ’43, cinque anni dopo, il Potere Occulto decretava la caduta del
Fascismo e l’arresto di Mussolini. Il Duce si accorgeva di avere intorno, nel
Gran Consiglio, su 19 consiglieri, quattordici massoni di cui cinque ferventi
sionisti. Le più grandi stupidità commesse nell’emanare le leggi del ’38 si
riassumono in questi punti: – Per l’allontanamento degli Ebrei dalle cariche
direttive, venivano fatte delle discriminazioni. Per esempio venivano esclusi
dall’epurazione i cosiddetti “rigenerati dal Littorio”; famiglie di caduti di
guerra, di volontari, di decorati, di fascisti degli anni 1919-22 e secondo
semestre 1924, di legionari fiumani (453 in campo economico, 328 come
finanziatori del Regime). Quindi gli infiltrati non venivano toccati. Gli
agenti del Potere Occulto venivano difesi, gli innocui e gli innocenti
perseguitati. Si dava importanza alle confuzioni di riviste come “La Difesa
della Razza” che inventavano il razzismo senza saperne nulla tanto che a
Telesio Interlandi (*) che formulò precetti per distinguere gli Ebrei dagli
Ariani con una superficialità ridicola, qualcuno (Preziosi ndr) fece osservare
ironicamente: “Il vero ariano, caro Interlandi, deve essere biondo come Hitler,
atletico come Goebbels, snello come Goering e deve avere un cognome indoeuropeo
come Rosemberg.”. Preziosi e Evola non esistevano per il Regime. Essi avevano
delineato caratteri e mezzi del Potere Occulto denunciandone gli agenti.
Invano. Evola poi, con i suoi libri “Il mito del sangue” e “Sintesi di Dottrina
della razza” aveva formulato le linee essenziali di un razzismo tradizionale,
aristocratico e spirituale e aveva messo in guardia contro il razzismo
confusionario, materialista e esibizionistico dei più noti “teorici”. Molti
fascisti si svegliarono un bel mattino e si accorsero di essere razzisti,
ariani, antisemiti. Si dettero da fare per dimostrare la loro purezza razziale
anche, come Curzio Malaparte, rinnegando i propri genitori o denunciando gli
amici e compagni di lavoro. Questo, fino al 25 luglio del ’43, quando si
risvegliarono e s’accorsero di essere badogliani e al 25 aprile del ’45 quando
un altro magico risveglio li fece trasformare in comunisti e democristiani.”
(3)

La mimetizzazione, l’imboscamento, l’arianizzazione e la conversione al
cattolicesimo lasciarono praticamente immutata la situazione che, storicamente
accertato, aveva visto fino ad allora tranquillamente prosperare l’elemento
ebraico nella vita socio-economica e politica all’ombra del Fascio.

Intanto il Fascismo emanava la sua “legislazione razziale” nella seduta del
6/7 ottobre del ’38….

Rilievi interessanti di quel documento/decreto legge saranno quelli che
intendevano minare a fondo il “rapacismo” vampiresco degli ambienti giudaici
nell’economia e nella finanza italiane e che – non casualmente – vennero poi,
in sede di “miglioramenti”, eliminati come l’originario articolo 12 che
dichiarava “Alle Assemblee generali delle società per azioni, gli appartenenti
alla razza ebraica non possono partecipare con un numero di azioni di cui il
valore ecceda complessivamente il terzo della parte di capitale rappresentato
dagli intervenuti all’assemblea. Le azioni possedute da appartenenti alla razza
ebraica in eccedenza del limite suindicato non danno diritto a voto nè si
computano nel determinare le maggioranze richieste dalla legge o dallo statuto
per la validità della deliberazione”.

Come osserveranno in molti, alla fine la legislazione razziale non modificò la
situazione ma anzi aumentò il caos a vantaggio dei soliti “noti”: i ceti
altolocati ebraici non risentirono quasi per niente di una regolamentazione che
colpirà soprattutto il popolino – particolarmente concentrato nel
sottoproletariato ebraico dell’Urbe e di poche altre città italiane – lasciando
intatti i capitali finanziari degli ebrei. A questa situazione oltretutto si
sarebbe andata sommando la triste pagina del mercimonio e della compravendita
di attestati di arianità , benemerenza fasciste e, particolarmente, degli
attestati di “conversione” alla religione cattolica ai quali ricorsero numerosi
molti ebrei . Questi “arrangiamenti” dimostrarono in maniera inequivocabile che
il Fascismo in materia di razza e di legislazione antiebraica aveva agito
sconsideratamente senza alcuna preparazione e, se si esclude la propaganda
martellante dell’epoca, senza alcuna possibilità di ottenere risultati
chiarificatori laddove si ripeteva che l’obiettivo generale fosse quello di
separare la figura dell’ebreo dalla collettività nazionale e ridurre al massimo
il numero degli ebrei discriminati.

Anche su quest’ultimo fronte – quello delle “discriminazioni” – i problemi
sarebbero insorti ben presto come rileverà un promemoria per il Duce redatto
dall’Ufficio Demografia e Razza del 2 luglio 1939 nel quale veniva sottolineato
come fossero “stati raccolti commenti (a Roma) secondo i quali le disposizioni
sulla razza hanno creato stati di disagio nelle famiglie dei cittadini italiani
di razza ebraica che hanno sposato donne ariane di religione cattolica. Si
rileva che la compagine di tali nuclei famigliari sia rimasta scossa perchè fra
i coniugi sono venute a crearsi condizioni di disparità di diritti e di doveri
e gli stessi figli possono vantare condizioni di privilegio sul padre, specie
nei casi in cui il genitore non può provvedere col proprio lavoro al
sostentamento della moglie e della prole. Dopo la emanazione delle leggi di
Norimbera – si soggiunge – il governo del Reich, conscio dell’impossibilità in
questi casi, di imporre una ulteriore convivenza ai coniugi, consentì a quello
ariano di chiedere lo scioglimento del matrimonio. Il governo ungherese, sempre
allo scopo di evitare situazioni del genere, ritenne di prevenirle,
riconoscendo al coniuge di razza ebraica “battezzato”, la qualità di “ariano”.
Ora non vi è dubbio – si conclude – che sarebbe equo un trattamento di favore
per quei coniugi i quali:
a) contrassero matrimonio misto con il rito cattolico;
b) in conformità degli impegni assunti, battezzarono i loro figli col rito
cattolico;
c) anteriormente al 1.o ottobre 1938 , abbracciarono la religione cattolica.”
(4)

E se questi furono alcuni dei problemi insorti – che andarono oltremodo a
rendere di difficile attuazione la stessa legislazione e la regolamentazione di
casi del genere – altri ne sarebbero arrivati soprattutto perchè,
contrariamente a quello che si riteneva a livello di opinione pubblica la nuova
serie di provvedimenti non venne accolta come immaginarono i vertici del
fascismo: ad un primo momento di esitazione sostanzialmente gli italiani
ritennero che queste leggi erano inique e – oltretutto – diminuirono la fiducia
nel Fascismo e nello Stato.

Alla prova decisiva gli italiani si rifugiarono nell’atteggiamento pietistico
che contraddistinse l’intero periodo in cui questa legislazione rimase
operativa (cioè fino alla fine della guerra per quanto riguardava le zone
amministrate dalla RSI dove i provvedimenti in materia razziale furono
amplificati). Scriverà in proposito della reazione popolare l’allora capo
dell’OVRA, Guido Leto che “Gli italiani…non avevano mai non dico sentito il
problema ebraico ma nemmeno avuta precisa nozione di una questione razziale.
All’infuori di qualche centro urbano dove l’esistenza di qualche nucleo
d’israeliti, raggruppati in determinati quartieri, come a Roma, era oggetto di
qualche lazzo, più spiritoso che offensivo, era molto difficile che un italiano
sapesse distinguere un ariano da un ebreo e che avesse la più piccola curiosità
di conoscere la razza e la religione delle persone colle quali intratteneva
rapporti di amicizia o di affari. Il problema razziale era, quindi, per la
totalità del popolo italiano veramente inesistente. Coll’applicazione delle
leggi razziali, si delinearono subito alcuni fenomeni che vale la pena
ricordare. In primo luogo, ammaestrati dal graduale ma continuo, se pur non
appariscente, cedimento dell’autorità dello stato, i cittadini cominciarono a
temere molto di meno la severità delle leggi fasciste. Andava formandosi e si
radicava sempre più la convinzione , non del tutto errata, che bastasse poter
disporre di qualche buon appoggio nel campo politico per osare sfidare le
leggi…Nacque e si accrebbe rapidamente una schiera di specialisti che
circuivano l’ebreo preso di mira dalle nuove leggi: si promettevano
discriminazioni, arianizzazioni e facilitazioni in genere. Il denaro correva
per mille rivoli e non sempre inutilmente: si intrecciavano – è vero – le
truffe, ma, in complesso, l’organizzazione anche se mancante di uno statuto,
funzionava e contava, per l’immunità, sulla necessaria omertà dei favoriti.”
(5)

E tale ignobile situazioni prosperò e si andò ad aggiungere alla protezione
che venne offerta da numerose istituzioni cattoliche le quali fornirono
assistenza – soprattutto dopo l’entrata in guerra e in particolare dopo l’8
settembre del 43 – agli ebrei “perseguitati”… (si arriverà al caso assurdo in
cui, per tutto il 1944, la DELASEM – organizzazione di soccorso ebraica per
aiutare quanti, fra gli ebrei italiani e stranieri, cercavanodi emigrare
clandestinamente dal paese diretti verso la Palestina o gli Stati Uniti –
opererà praticamente per il solo tramite di ambienti ecclesiastici che svolsero
la funzione di centri di assistenza, rifugio, soccorso e amministrazione dei
beni degli ebrei).

Mentre il fascismo andava incontro alla sua ora mortale e da un lato Evola
dall’altro Preziosi non avevano praticamente voce in capitolo (soltanto nella
primavera del 44 sarà affidata a Preziosi dal Duce un Ufficio per la Razza alle
dirette dipendenze della presidenza del Consiglio (6) che , peraltro, sarà
anche osteggiato da molti altri ministeri fino alla fine del conflitto) si
giunse alla costituzione della Repubblica Sociale che, almeno teoricamente,
avrebbe dovuto rendere più chiara la politica antiebraica del nuovo stato
repubblicano fascista.

Il manifesto programmatico che venne redatto e approvato dall’assise
costitutiva di Verona dal Fascismo repubblicano affronterà di passaggio la
questione ebraica laddove, nel punto 7, affermava: “Gli appartenenti alla razza
ebraia sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità
nemica”.

L’obiettivo della RSI nei confronti degli ebrei sarà quello di concentrarne il
più alto numero in speciali campi (e a questo proposito ne furono approntati
diversi soprattutto nel centro-sud Italia) per rinviare ogni decisione e la
soluzione del “problema” alla fine del conflitto.

L’ordine di polizia n.5 del 30 novembre 1943 che venne sostituito dal Decreto
Legge n.2 del 4 gennaio 1944 stabilì le nuove norme sul possesso di beni mobili
e immobili da parte degli ebrei sancendo in pratica il definitivo spoglio di
questi visto che con tale decreto era fatto divieto agli ebrei di :
a) essere proprietari, in tutto o in parte, o gestori, a qualsiasi titolo, di
aziende di qualunque natura, nè avere di dette aziende la direzione, nè
assumervi comunque l’ufficio di amministratore o di sindaco;
b) essere proprietari di terreni, nè di fabbricati e loro pertinenze;
c) possedere titoli, valori, crediti e diritti di compartecipazione di
qualsiasi specie nè essere proprietari di altri beni immobili di qualsiasi
natura” (7)

I beni confiscati venivano dati in gestione all’EGELI (Ente di Gestione e di
Liquidazione immobiliare).

Ora neanche dinnanzi all’opportunità che si presentava alla RSI di regolare
definitivamente il problema ebraico – provvedendo così all’esproprio dei
capitali ebraici rilevanti – si ottennero dei risultati conformi alle
aspettative e agli obiettivi prefissati. Se è vero che laddove fu possibile
furono raccolte imponenti cifre in immobili e azioni è anche altrettanto vero
ciò che venne a evidenziarsi quando il Ministero dell’Educazione Nazionale
inviò una nota, datata 21 maggio 1944, all’allora sottosegretario Barracu con
il quale si faceva tristemente notare che gli elenchi pubblicati dalla
“Gazzetta Ufficiale” offendono la “propaganda” e la “documentazione storica”:
“Tali liste – rilevava la nota – che potrebbero avere altro significato e altri
riflessi se consistessero in descrizioni di vasti patrimoni, di preziose
raccolte ecc. si riducono spesso a elencazioni tanto miserevoli da suscitare
soltanto negativi apprezzamenti. Si legge ad esempio che all’ebreo X  sono
state confiscate a favore dello Stato “due paia di calze usate”, all’ebreo Y ,
“una bandiera nazionale, un bidè, un enteroclisma”, all’ebreo Z “una maglia di
lana fuori uso, tre mutandine usare sporche” ecc ecc” (8).

Una indiscutibile, legittima e opportuna riflessione si impone: che fine avrà
fatto il bidè dell’ebreo? E quale sorte sarà toccata al malcapitato? Avrà
provveduto, per i mesi seguenti e per tutto l’anno successivo (cioè fino alla
fine della guerra), l’ebreo in questione a trovare una soluzione ai propri
bisogni corporali? E, ci pare il minimo indispensabile, avrà provveduto la
democratica e resistenziale, antifascista e giudaica Repubblica nata dalla
guerra fratricida e dall’odio antifascista a risarcire del suo clistere
l’israelitico costipato? Occorrerà un’approfondita ricognizione d’analisi ed
eventualmente ricerche dettagliate in senso revisionistico per impedire che una
siffatta, fondamentale e orientativamente indispensabile questione sia infine
risolta! Si dia a Cesare ciò che è di Cesare, a Dio ciò che è di Dio e
all’ebreo il suo bidè! Ecchediamine mica vorreste farlo scoppiare il
‘poverino’!?!

‘Questa’ voi me la chiamate una “politica razziale”? Mah….sarà che a
Norimberga, fatte le leggi, i nazionalsocialisti seppero come applicarle; sarà
che la questione ebraica e razziale è una cosa estremamente seria e non
dovrebbero neanche minimamente esistere esitazioni al riguardo…sarà che in
questo paese ogni cosa finisce “a tarallucci e vino” e al solito “magna
magna”…..Italiani felloni!

E con buona pace dei problemi gastrointestinali di tutti gli ebrei!

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

19 GIUGNO 2010

Note –

1 – Galeazzo Ciano – “Diario 1937-38” –

2 – Giuseppe Bottai – “Diario 1935-1944” Milano 1982 (crf Renzo De Felice –
“Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo” – Ediz. “Einaudi” – Torino
1993;

(*) si noti bene che l’agitatore Interlandi, direttore del più letto e in voga
tra i tanti giornali razzistici dell’epoca e assertore di un arruffato razzismo
d’accatto che , neanche troppo velatamente, serviva esclusivamente per seguire
la corrente dell’epoca (…la ‘moda’…) sarebbe poi diventato un convinto…
antifascista! In proposito consigliamo la lettura per quanto di parte del
volume di Giampiero Mughini “A Via della Mercede c’era un razzista…” – Ediz.
“Rizzoli” – Milano 1991 Tra le opere più importanti di Interlandi nel periodo
fascista si ricordano:
– “La croce del sud. Dramma in 3 atti” (con Corrado Pavolini), Ediz. Rizzoli,
Milano 1927
–  “Pane bigio” , Ediz.  “L’italiano”, Bologna 1927
–  “I nostri amici inglesi”, Ediz. “Cremonese”, Roma 1936
–  “Contra judaeos”, Ediz. “Tumminelli”, Roma-Milano 1938
–  “Le vele nere. Rappresentazione in tre atti”, Ediz. “Circolo della Stampa”
, Milano 1944
E’ del dopoguerra invece “Così, per (doppio) gioco. Rapsodia d’una
generazione”, Ediz.  “Quadrivio” , Lanciano 1962;

3 – Carlo Alberto Roncioni – “Il potere occulto” – Ediz. “Sentinella d’Italia”
– Monfalcone 1974;

4 – ACS – Min. Int – Dir. Gen. Demografia e Razza (1938-43) b.2 – fasc. 10
carteggio “Famiglie miste! (crf Renzo De Felice – ibidem);

5 – Guido Leto – “OVRA” – cit. pp 191-192 ( crf  Renzo De Felice – ibidem );

6 – Il 15 marzo 1944 venne istituito l’Ufficio Razza trasformatosi poi in
Ispettorato – Direzione Generale per la Demografia con la nomina di Preziosi in
data 18 aprile successivo. Tra i collaboratori di Giovanni Preziosi all’epoca
ricordiamo il dr Carlo Alliney, come capo di gabinetto, e il federale Giovanni
Pestalozza, come segretario particolare (crf il comunicato dell’Agenzia Stefani
del 17 maggio 44). Interessante per ulteriori informazioni e aspetti
dell’attività svolta da Preziosi in quest’ultima fase della sua vita il volume
di Luigi Cabrini “Il Potere Segreto” uscito per le edizioni “Cremona Nuova”
nell’immediato dopoguerra. Cabrini fu tra i collaboratori di Preziosi nella
RSI.

7 – Renzo De Felice – “Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo”  – Ediz.
“Einaudi” – Torino 1993;

8 – ibidem

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