Nucleare iraniano – La “carta” saudita

di Dagoberto Husayn Bellucci

Le voci di corridoio e i rumori su un presunto, quasi dato da taluni diplomatici per imminente, attacco contro la Repubblica Islamica dell’Iran ed il suo programma nucleare si rincorrono e vanno ad aumentare di giorno in giorno: l’Iran e’, non da oggi, il “target” numero uno dei disegni egemonico-espansionistici dell’Imperialismo statunitense.

Fin dall’avvento della gloriosa rivoluzione islamica nel lontano gennaio 1979 con il ritorno a Teheran dell’Imam Sayyed Ruhollah Khomeni e la fuga dello shah dal paese; il principale problema che tutte le amministrazioni americane hanno dovuto affrontare e’ stato quello dei loro rapporti con quello che, fino ad allora, era stato il principale bastione ed un affidabile complice delle strategie “made in USA” per l’area del Vicino Oriente.

La Rivoluzione Islamica oltre a risvegliare un mondo arabo e islamico frastornato da una crisi d’identita’ (con la crisi dei movimenti di liberazione nazionali fautori del panarabismo socialista e di stampo laico fra i quali il Ba’ath e le diverse fazioni della galassia politica palestinese all’epoca sostanzialmente appiattite su posizioni internazionaliste, terzomondiste e anti-imperialiste di matrice marxistoide) e dalle diverse batoste militari subite nel corso dei decenni precedenti (conflitti con l’entita’ sionista del ’48-’49, attacco anti-nasseriano delle forze congiunte israelo-franco-britanniche nel ’56 a Suez, guerra dei “sei giorni” con l’occupazione israeliana della Gerusalemme araba, annessione della Cisgiordania e delle alture siriane del Golan ed infine sconfitta nel conflitto del ’73 dello “Yom Kippur” o del “Ramadan” islamico che vedra’ sostanzialmente lo “stato ebraico” espandersi in tutta la penisola del Sinai restituita infine all’Egitto nel ’77 dopo gli accordi di Camp David che priveranno il fronte arabo del principale Stato della coalizione passato, con Anwer Sadat prima e con il suo successore Hosni Mubarak poi, a una forma neanche troppo velata di collaborazionismo con i sionisti e ad un riconoscimento dello status quo e dell’esistenza dell’entita’ sionista ‘mediata’ dall’”olio” dei petroldollari sauditi e dagli ingentissimi finanziamenti americani piovuti sul Cairo soprattutto dopo il crollo della Persia “imperiale” dei pahlevi e in nome della “santa alleanza” anti-fondamentalista che vedra’ Egitto-Giordania-petrolmonarchie arabe del Golfo-paesi arabi moderati (e non) del Nord Africa a stragrande maggioranza sunnita allinearsi alle politiche di contenimento anti-iraniane degli USA e del loro alleato israeliano) ; diede voce alle rivendicazioni del popolo degli oppressi e levo’ in alto il grido di riscatto e rivincita dell’Islam shi’ita che – nell’interpretazione rivoluzionaria khomeinista – intendeva opporsi alle ingiustizie ed ai complotti orditi contro la nazione iraniana, e piu’ vastamente contro l’interno mondo musulmano, da quello che l’Imam Khomeni ribattezzera’ come il “Grande Satana” a stelle e strisce.

Anti-imperialista, anti-sionista e anti-statunitense la Repubblica Islamica dell’Iran rappresenta oramai da oltre trent’anni il principale vettore rivoluzionario nell’area del Vicino Oriente, base rivoluzionaria spirituale, ideologico-politica e militare del cosiddetto “fronte del rifiuto” (che Teheran ha sempre alimentato sostenendo le rivendicazioni sul Golan dell’alleato siriano, i movimenti e le fazioni palestinesi, il movimento sciita libanese di Hizb’Allah e le organizzazioni sciite della resistenza irachena anti-americana fin dalla caduta del regime saddamista nel 2003) e alfiere di una nuova geopolitica dinamica che tende a coniugare i richiami all’unita’ della Ummah (comunita’ dei credenti musulmani) islamica con le istanze di liberazione nazionale dei movimenti arabi e islamici – laici e religiosi – funzionali per disinnescare le manovre statunitensi nell’area oltre al sostegno e alle alleanze naturali stabilite dai dirigenti di Teheran con i diversi Stati che non intendono sottostare ai diktat ed ai ricatti del Nuovo Ordine Mondiale (in particolare instaurando proficue relazioni sia con i vicini Stati dell’area del Mar Caspio, stringendo un’alleanza con Grecia e Azerbaijan, riallacciando nuovi ottimi rapporti con la Turchia del premier Erdogan e verso l’America Latina andando a ‘braccetto’ con Venezuela, Cuba e Brasile per quanto concerne una valutazione generale delle problematiche anti-imperialiste).

Dal 1979 ad oggi la Repubblica Islamica dell’Iran ne ha fatta di strada: sono passati gli anni della Guerra Imposta da Saddam Hussein (su procura americana e ‘delega’ finanziaria saudita) e dell’isolamento internazionale che vedeva Teheran fronteggiare un’ampia coalizione avversaria.

E sono passati anche gli anni in cui si andava consolidando ed estendendo l’influenza iraniana nella tormenta della guerra civile libanese: Hizb’Allah e’ attualmente partito di governo a Beirut, con un nutrito drappello di parlamentari in seno all’Assemblea Nazionale libanese, sostenuta da una ampia ed eterogenea coalizione di movimenti e partiti (laici e religiosi) di tutte le confessioni religiose e di tutte le etnie rappresentate nel paese dei cedri e la sua Resistenza Islamica e’ fattore di stabilita’ e garanzia di sicurezza nazionale per tutti i libanesi.

Questo processo dinamico che ha visto l’Iran in prima linea nell’affrontamento delle principali crisi internazionali, senza farsi coinvolgere direttamente dalle mire imperialistiche yankee’s e dai complotti sionisti, ha confermato la metamorfosi politica che ha contrassegnato la storia recente della Repubblica Islamica: dal primo periodo rivoluzionario dell’Imam Khomeini si e’ passati ad un periodo di assestamento e normalizzazione del potere politico ed istituzionale interno (negli anni Novanta) con l’avvento e l’affermazione dell’autorita’ di Sayyed Ali’ al Khamine’i quale nuova Guida della Rivoluzione attraversando poi una fase di moderata collaborazione con gli organismi internazionali e la comunita’ internazionale (sotto la duplice presidenza di Mohammad Khatami eletto nel 1997 e rieletto quattro anni piu’ tardi) per poi tornare alle “origini” autentiche dello spirito rivoluzionario khomeinista con l’elezione nell’estate del 2005 ed il secondo mandato di un anno fa del Presidente Mahmoud Ahmadinejad.

Anti-imperialismo, anti-sionismo, revisionismo storico con polemiche roventi per le dichiarazioni legittime, intelligenti e assolutamente circostanziate di Ahmadinejad rispetto alla leggenda olocaustica hanno caratterizzato questi primi cinque anni del suo mandato presidenziale che gode, oltretutto, dell’appoggio incondizionato della Guida Suprema della Rivoluzione e soprattutto della maggioranza del popolo iraniano consapevole del momento di alta tensione che si e’ avviato e viene mantenuto praticamente ai massimi livelli dall’Imperialismo americano: momento di tensione e di instabilita politiche, economiche e finanziarie che hanno investito da anni tutta la regione vicinorientale e che rispondo agli obiettivi sionisti e statunitensi di tenere destabilizzata l’area mirando, in ultima analisi, al rovesciamento della Teocrazia sciita iraniana.

Malgrado il fallimento delle avventure statunitensi bushiste in Afghanistan ed Irak, di quella sionista in Libano e nella Striscia di Gaza, le centrali dell’imperialismo mondiale non desistono dai loro piani: Obama non e’ senz’altro migliore di Bush ne’ i democratici sono migliori o peggiori dei loro predecessori repubblicani alla guida dell’amministrazione yankee…non e’ importante chi sia al vertice della piramide del potere USA perche’ – qualsiasi sia il partito ‘delegato’ ad amministrare la “cosa pubblica” statunitense – i reali detentori del potere, dietro le quinte, negli States sono i grandi organismi sovranazionali, semi-occulti o ‘discreti’ che rispondono al nome di C.F.R. (Council on Foreign Relations) , Trilateral Commission, lobbie’s finanziarie e trust’s economici, finanza mondialista, potere massonico, fondazioni “filantropico” usuraie collegate all’Establishment ed infine, potenti ed influenti come pochi, i diversi circoli sionisti (A.D.L. , B’nai B’rith, A.I.P.A.C., B’nai Zion ecc ecc) e le confraternite messianico-religiose dell’ultradestra conservatrice protestante del “White (Anglo-Saxon) Protestant” ‘power’….

E’ a questa miriade di soggetti semi-istituzionali che controllano e dirigono la politica estera americana che si deve fare riferimento ogni qualvolta si prenda in esame le linee guida dell’amministrazione USA e quelle della White House (che non e’ altro che la ‘facciata’ piu’ o meno pulita del potere che ‘conta’ nella superpotenza globale e nel cuore del capitalismo finanziario internazionale.

Se a Washington i piani alti dell’Establishment decideranno per un conflitto contro Teheran allora guerra sara’…altrimenti si andra’ avanti, come da anni avviene oramai, con questo inutile e francamente demenziale braccio di ferro sul “nucleare si”, “nucleare no”, “nucleare ma…” ….estenutante non-senso della politica mondiale degli ultimi cinque anni…oltretutto in un’area geostrategica e politica dominata dalle ricattatorie minacce atomiche del governo di occupazione sionista unica potenza del Vicino Oriente dotata di un vasto arsenale nucleare e dispostissima ad utilizzarlo se minacciata…il che, fuor di metafora, praticamente sempre pronta considerandosi lorsignori israeliani “under attack” da sessant’anni a questa parte…

Recentemente a inasprire la tensione e a rinfocolare ulteriori minacce contro Teheran e’ stato il capo della Cia, Leon Panetta, che durante un’intervista alla rete televisiva “Abc” avrebbe sostenuto che l’Iran se lo desiderasse potrebbe avere un ordigno nucleare entro due anni.

Un’affermazione che arriva subito dopo la bocciatura da parte del segretario di Stato, Hillary Clinton, della proposta di mediazione sul nucleare iraniano portata avanti da Brasile e Turchia, due paesi che hanno votato contro le sanzioni Onu al regime di Teheran. Il voto dell’Onu ha sancito una convergenza d’intenti tra Stati Uniti, Russia e Cina: dopo tanti rinvii e dopo inutili rassicurazioni Mosca e Pechino hanno infine deciso di sganciarsi dal sempre piu’ “scottante” dossier nucleare iraniano abbandonando, de facto, la Repubblica Islamica a subite umilianti forme sanzionatorie dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite le quali, peraltro, sono state gia’ stigmatizzate e ridicolizzate dai dirigenti di Teheran.

Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha sottolineato nell’occasione che “Mosca e Pechino sono sotto il ricatto della lobby filo-sionista dell’Onu” sostenendo in pratica che le due potenze eurasiatiche abbiano sostanzialmente calato le braghe di fronte alle pressioni israeliane (notevole il ‘lavorio’ dietro le quinte e gli interminabili viaggi di emissari sionisti in Russia). Il risultato comunque e’ stato raggiunto se Mosca ha pensato bene di svendere la sua partnership storica con Teheran in nome delle promesse americane e sull’altare del dio-dollaro, degli interessi (business is business….devono averlo ‘capito’ anche al Cremlino…) e su quello delle nuove relazioni euro-atlantiche tornate in auge con le celebrazioni per il 65mo anniversario della vittoria “alleata” nella Seconda Guerra Mondiale e la sfilata (prima volta nella storia) di truppe della NATO sulla Piazza Rossa a Mosca….’segni’ dei ‘tempi’…

Washington è molto seccata della posizione di Ankara e Brasilia troppo accondiscendenti a suo parere sulle richieste di Mahmoud Ahmadinejad, il presidente iraniano che spinge sul diritto di arricchire l’uranio senza però dare sufficienti garanzie all’Aiea, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica delle Nazioni Unite, sul suo uso solo a scopi civili.

Vale la pena qui ricordare l’estenuante tira e molla che ha contrassegnato negli ultimi anni il rapporto tra la dirigenza iraniana e i responsabili AIEA: inutilmente a vuoto i colloqui e le ripetute visite da parte di commissioni specializzate dell’Agenzia “atomica” viennese – inviate in Iran ad ispezionare i siti considerati “a rischio” di “fabbricazione bomba” – che hanno soprattutto fatto capire agli iraniani come anche l’organizzazione delle Nazioni Unite si sia progressivamente trasformata in una sorta di ente di “soccorso” delle strategie di destabilizzazione atlantico-sioniste redigendo alcuni dossier non corrispondenti alla realta’ e sostanzialmente allineando le proprie valutazioni a quelle desiderate dalla cosiddetta “comunita’ internazionale” che – in definitive – sono gli Stati Uniti piu’ il “resto del mondo” filo-americano, pro-americano o americanizzato…

 

Rifiutando simili logiche del baratto e del ricatto mondialista Teheran ha sfidato ulteriormente la comunità internazionale iniziando ad arricchire l’uranio dal 3,5% al 19,5%, fatto che rappresenta un ulteriore salto di qualità verso quel livello di non ritorno che consentirebbe agli iraniani – secondo quanto riportato dalla stampa filo-occidentale di mezzo mondo ‘indottrinata’ a dovere dalle ‘veline’ sioniste – la costruzione di un ordigno atomico da poter mettere su un missile a lunga gittata e cosi’ diventare una potenza atomica di primissimo piano nell’area del Golfo persico e, a tutti gli effetti, un soggetto geopolitico continentale concorrenziale e antagonista soprattutto alle logiche dell’”americanizzazione” dell’Eurasia mediante esportazione della democrazia e liberalizzazione economico-commerciale ad oltranza.

Un panorama quello di un Iran “atomico” che farebbe scatenare una corsa agli armamenti nucleari anche da parte dell’Arabia Saudita e di altre nazioni limitrofi del Golfo per fronteggiare la minaccia sciita iraniana.

Ecco il monitor dunque di Panetta il quale ha sottolineato come l’America: “«Ritiene che gli iraniani abbiano un quantitativo di uranio arricchito bastante per costruire due ordigni – ha detto Panetta -. Impiegheranno sicuramente un anno (per la fabbricazione, ndr), e in seguito un altro anno per sviluppare un sistema operativo per utilizzare l’ordigno stesso».

 

Interpellato sull’Afghanistan, il capo della Cia ha invece dichiarato che vede “progressi”, ma che la guerra è “più dura e lenta” di quanto previsto. Il commento arriva dopo il cambio della guardia che ha visto il 23 giugno il passaggio dal generale Stanley McCrhystal (licenziato per aver criticato l’amministrazione in un’intervista alla rivista Rolling Stones) a David Petraeus, il comandante che ha riportato una qualche misura di stabilità in Iraq.

Un cambio che ha suscitato qualche malumore interno all’establishment ma che in realta’ non dovrebbe sortire alcun effetto: la politica espansionistica statunitense non appare mutata da quando Obama ha assunto le redini della Casa Bianca. Non e’ difatti lui a decidere quale sia la direzione di marcia del vettore a stelle e strisce della superpotenza USA.

Intanto l’entita’ criminale sionista manda inequivocabili segnali di “inquietudine”: e’ quanto rivela il quotidiano “Jerusalem Post” secondo cui il problema del nucleare iraniano preoccuperebbe a tal punto le autorita’ dello “stato ebraico” da averle indotte, nelle giornate tra il 18 ed il 19 giugno scorsi, a spostare un nutrito numero di armamenti e di tecnologia militare in una base segreta in Arabia Saudita.

La base si troverebbe a 8 km dalla città nordoccidentale di Tabuk, la più vicina a Israele. «Israele è più convinto di noi che Teheran ha deciso di procedere con la bomba atomica», ha detto Panetta alla “Abc”. Ma alla richiesta della rete tv di giudicare la probabilità di un attacco israeliano contro gli impianti nucleari iraniani nei prossimi due anni, Panetta ha risposto che Israele è disposto a dare agli Stati Uniti il tempo di esplorare l’opzione diplomatica. «Sanno che le sanzioni avranno un impatto, sanno che se continuiamo a spingere l’Iran dal punto diplomatico avremo un impatto e ci vogliono lasciare il tempo di cambiare l’Iran diplomaticamente, culturalmente e politicamente anziché cambiarlo militarmente» ha sostenuto il capo della CIA.

Che esista e sia li’ , pronto su qualche tavolo del quartier generale della Difesa israeliano, un piano d’attacco contro Teheran e’ un dato quasi certo: i sionisti sono anni che continuano a rinnovare i loro piani offensivi in vista dell’escalatione militare che intenderebbero lanciare contro la Repubblica Islamica e , possibilmente e con molta probabilita’ congiuntamente, anche contro la striscia di Gaza ed il Libano del partito sciita filo-iraniano di Hizb’Allah.

Smanie di colpire per primi che hanno indotto qualche dichiarazione forse inopportuna come quella che si e’ lasciato sfuggire il premier italiano Silvio Berlusconi durante il vertice del G8 di Toronto in Canada: secondo il Cavaliere la volonta’ iraniana di dotarsi di un’arma nucleare sarebbe stato tra i temi maggiormente presi in esame nel vertice dei paesi piu’ ricchi del pianeta. Berlusconi ha anche sottolineato che “una reazione anticipata di Israele” viene ritenuta da tutti i principali leader’s mondiali come “molto probabile” sottolineando che, nell’analisi del G8, «la politica della dirigenza iraniana non garantisce una produzione pacifica nucleare ma fa ritenere che ci sia una volontà di arrivare all’arma nucleare».

Che poi il pluridentato cavaliere di Arcore sia anche il promotore “tricolore” del ritorno al nucleare italiano questo e’ un controsenso che qualcuno ci dovrebbe spiegare: perche’ l’Italia dovrebbe ritornare ad un programma nucleare mentre all’Iran un analogo diritto non dev’essere concesso dalla cosiddetta “comunita’ internazionale”?

Mentre “Israele” cerca di mostrare agli alleati occidentali di esser pronta a qualsiasi azione e determinate ad andare avanti l’America cerca di giocarsi la ‘carta’ saudita.

Abbiamo sempre ritenuto che qualora il fronte dell’Imperialismo a base sionistico-statunitense decidera’ di colpire militarmente la Repubblica Islamica dell’Iran per la strategia di accerchiamento e destabilizzazione statunitense occorre la ricomposizione di quell’”armada” mondialista che venne costituita in occasione della crisi del Golfo dell’estate 1990 all’epoca dell’occupazione irachena del Kuwait e della seguente Guerra Mondialista per il petrolio scatenata da Bush senior nella notte del 17 gennaio 1991.

Una simile riedizione di quell’avventura militare sotto l’egida statunitense ma con il beneplacet della stragrande maggioranza degli alleati (occidentali ed arabi) di Washington e’ sicuramente difficile da immaginare alla luce delle difficolta’ anche belliche nelle quali si trova la superpotenza a stelle e strisce nel vicino Irak e nel confinante Afghanistan: pensare di spostare le forze USAF contro Teheran appare attualmente un vero e proprio disastro sotto tutti i punti di vista ed un rischio troppo alto per l’amministrazione Obama.

Al di la’ della voce “grossa” dell’amministrazione contro la cosiddetta repressione interna della fazione riformista iraniana ed il ritorno alla politica sanzionatoria gia’ inutilmente pratica a meta’ anni Novanta l’America ha assolutamente necessita’ di un “disco verde” del suo principale alleato nella regione e nel mondo arabo cosiddetto moderato: l’Arabia Saudita.

E difatti proprio mentre si alzavano i toni e le polemiche arrivava la notizia, poi seccamente smentita dall’agenzia di stampa ufficiale saudita ventiquattr’ore dopo, che Riad avrebbe ceduto ai sionisti un corridoio aereo per consentire ai loro jet di lanciare il bombardamento preventivo contro gli impianti nucleari iraniani. Notizia diffusa dal “Times” secondo cui l’Arabia Saudita avrebbe gia’ effettuato numerosi test per abbassare le proprie difese aeree garantendo cosi’ il passaggio indisturbato ai bombardieri con la stella di Davide.

“I sauditi hanno dato il permesso agli israeliani di passare e guarderanno altrove”, ha detto una fonte della Difesa aerea statunitense nell’area. “Hanno gia’ fatto i test per assicurarsi che i loro caccia non si allertino e non venga abbattuto alcun (aereo). Tutto questo con l’accordo del Dipartimento di Stato (Usa)”.

Fonti in Arabia Saudita hanno confermato che, in caso Israele decida un’azione, nei circoli militari del regno wahabita si da’ per scontato che l’accordo ci sia: nonostante la tensione tra i due governi, Israele e Arabia Saudita -scrive il quotidiano- condividono l’odio per il regime di Teheran e un identico timore per le ambizioni nucleari di Teheran.

Niente di nuovo dunque nel perimetro geopolitico e strategico vicinorientale: mentre la Total francese blocca le vendite dei prodotti petroliferi raffinati (benzina) all’Iran a seguito delle sanzioni decretate dall’ONU gli amici degli amici di Riadh hanno dato “disco verde” ad un raid che punterebbe a rimettere in discussione tutto l’assetto politico e militare regionale.

Faranno gli Stati Uniti la Guerra ebraica contro l’Iran o Obama lascera’ che sia l’aviazione criminale di Tel Aviv ad incendiare tutto il Vicino Oriente?

Al momento niente viene dato per scontato: c’e’ un’intera estate davanti. Un’estate che si preannuncia torrida e gravida di possibili profondi scombussolamenti. Le carte della diplomazia internazionale rimescolate, le sanzioni varate, Teheran apparentemente isolate…

Vediamo se e’ vero….

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

03 luglio 2010

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