Damasco, ago della bilancia dei destini del Vicino Oriente

di Dagoberto Husayn Bellucci

 

In un contesto regionale sempre piu’ carico di tensione, con all’orizzonte pericolose nuvole cariche di altrettanto drammatici sviluppi, il Vicino Oriente vive quest’ennesima stagione estiva sospeso tra una guerra minacciata dall’accoppiata del terrore Us-raeliana e una pace che, arrivati a questo punto, nessuno piu’ invoca.

Al di la’ della retorica guerrafondaia proveniente dai dirigenti dell’emporio criminale sionista e delle rinnovate accuse statunitensi contro la Repubblica Islamica dell’Iran, i problemi di fondo del mondo arabo permangono in tutta la loro drammaticità: la pluridecennale questione palestinese (acutizzatasi dopo l’ultima aggressione sionista contro la striscia di Gaza di 1 anno e mezzo fa e nuovamente al centro delle cronache dopo l’attacco piratesco-criminale delle truppe speciali di Tel Aviv contro la Freedom Flottilla), la cronica instabilita’ economica e finanziaria egiziana sul versante meridionale palestinese, l’occupazione delle alture del Golan siriano che “Israele” ha annesso ignorando decine di risoluzioni di condanna ONU (risoluzioni che sono e continuano ad essere per i sionisti ne’ piu’ ne’ meno che carta-straccia) e un Libano sostanzialmente in attesa di qualunque possibile sviluppo nel braccio di ferro estenuante e al limite del tragicomico intrapreso dall’amministrazione obamita contro il nucleare iraniano.

Il conflitto che andra’ ad esplodere sara’, ammesso e non concesso che esplodera’, risolutivo per addivenire ad un redde rationem generale: Hizb’Allah con la sua organizzazione militare di resistenza posizionata stabilmente a sud del fiume Litani e nella Beka’a settentrionale ha piu’ volte promesso ai dirigenti di Tel Aviv una resa dei conti risolutiva; Hamas dalla striscia di Gaza ha giurato vendetta; Teheran e Damasco entrambe nel mirino della propaganda sionistico-statunitense osservano sornione l’evoluzione di una crisi che sta portando la Turchia a defilarsi sempre piu’ risolutamente dall’asse con “Israele” mettendo peraltro in difficolta’ l’alleato americano (e ricordando lo storico ruolo svolto da Ankara quale bastione meridionale della NATO).

Una situazione all’interno della quale giochera’ un ruolo fondamentale, come sempre nei momenti di incertezza e di apparente impasse diplomatico, la Repubblica Araba Siriana.

La Siria resta l’asse centrale e il principale interlocutore con il quale Washington da un lato e Teheran dall’altro lato potranno eventualmente risolvere la “contesa” atomica: senza quest’opzione ed escludendo Damasco dai giochi della diplomazia e dalle voci delle cancellerie il rischio che presto si apra una conflagrazione regionale che potrebbe incendiare l’intera zona e’ altissimo.

Un nuovo conflitto nel Vicino Oriente rimescolerebbe probabilmente le carte della geopolitica internazionale, costringerebbe i principali attori della politica mondiale a prendere posizione e sostanzialmente darebbe piu’ di una grana al Gendarme Planetario a stelle e strisce che si troverebbe a dover far fronte a situazioni incandescenti lungo tutto il fronte orizzontale che dalla Palestina occupata passando per Libano-Siria e Irak porta dritto dritto fino all’Afghanistan.

Se guerra sara’ anche le occupazioni militari americane in Irak e Afghanistan ne risentirebbero forse con esiti catastrofici considerando l’affatto stabile controllo esercitato dai governi-fantoccio dei Karzai e degli Allawi a Kabul come a Baghdad e di fronte ad una recrudescenza della lotta di liberazione dei rispettivi movimenti di resistenza nazionali.

Gli sciiti iracheni probabilmente non starebbero ad osservare inermi un eventuale aggressione sionista o statunitense contro i loro correligionari iraniani mentre l’Afghanistan gia’ ribolle da mesi della rinnovata attivita’ guerrigliera dei gruppi locali piu’ o meno collegati al network del terrorismo fondamentalista d’ispirazione salafita e wahabita noto come Al Qaeda.

Washington ha tutto da rischiare da un’escalation militare generalizzata che rimetterebbe in discussione perfino la sua presenza e le sue basi militari nella penisola arabica.

In quest’atmosfera cupa e con presagi funesti di un nuovo conflitto da tutti avvertito come alle porte la Repubblica Araba Siriana offre quelle garanzie di moderazione e affidabilita’ che nessun altro puo’ dare: Bashar el Assad ha dimostrato in dieci anni di essere un leader sostanzialmente diligente e un attento ed oculato amministratore della situazione interna a Damasco e di quella regionale.

La Siria pur abbandonando le sue posizioni in terra libanese nella primavera 2005 – sotto la pressione internazionale ed i ricatti mondialisti della tanto annunciata e strombazzata dai mass media internazionali “rivoluzione dei cedri” finita nel pattume come tante altre “rivoluzioni colorate” made in USA – ha mantenuto alta la bandiera dell’anti-sionismo militante sostenendo la Resistenza libanese durante l’aggressione israeliana dell’estate di quattro anni fa e continuando a garantire aiuti e basi logistiche alle fazioni palestinesi.

Assad non ha mai nascosto le sue intenzioni e soprattutto le condizioni siriane per un eventuale ritorno ad un tavolo negoziale con i sionisti: ritorno alle posizioni precedenti la guerra dei Sei Giorni del 1967 da parte dell’esercito di Tel Aviv, garanzie per un graduale rientro dei profughi palestinesi espulsi nelle loro terre; restituzione dei territori occupati (fra i quali appunto le alture del Golan siriane) e costituzione di uno Stato indipendente palestinese.

“Israele” ha sempre rifiutato queste condizioni ed i siriani sanno perfettamente che non sara’ con un esecutivo qual’e’ quello estremista e di destra attualmente in carica nel regime criminale sionista che sara’ possibile ottenere segnali di apertura o risposte distensive.

La Siria che mantiene aperte le porte del dialogo – anche con un’amministrazione americana sempre piu’ arrogante e decisa apparentemente ad un giro di vite nei confronti di Teheran e dei suoi alleati – non nasconde la sua preoccupazione per una situazione deterioratasi in maniera preoccupante a causa dei continui attacchi e delle oramai quotidiane pressioni sioniste contro Gaza e la Cisgiordania. Lo stillicidio di vittime palestinesi, malgrado un silenzio assordante, continua…

Per trovare una soluzione il presidente siriano Bashar el Assad ha recentemente incontrato il ministro degli Esteri di Ankara, il turco Davutoglu, per discutere la situazione dell’embargo imposto dagli israeliani oramai da quattro anni contro la Striscia di Gaza.

Siria e Turchia hanno richiesto assieme l’apertura di una inchiesta internazionale indipendente sul massacro della Freedom Flottilla. Entrambe le parti inoltre hanno convenuto sulla necessita’ di rompere il disumano e criminale embargo sionista contro Gaza riaffermando la loro disponibilita’ negoziale per riportare unita’ tra tutte le fazioni palestinesi.

Per Assad cosi’ come per il ministro degli Esteri turco la situazione nel Vicino Oriente rimane critica e il cosiddetto “processo di pace” e’ in una fase di assoluto stallo; fase pericolosa perche’ preludio a possibili opzioni belliche che Tel Aviv ha in mente e che non nasconde di voler adottare sia contro Teheran sia contro i movimenti di resistenza in Palestina e Libano.

La Siria ha riconosciuto, e con lei ha trovato pieno accordo la Turchia, che le responsabilita’ di questo impasse generale sono tutte da attribuire all’arrogante comportamento del regime sionista, attualmente nelle mani di un governo fanatico che persegue la sua strategia di soffocamento delle aspirazioni all’indipendenza ed alla liberta’ del popolo palestinese con l’ausilio e la protezione di alcune potenze che garantiscono ad “Israele” di porsi al di fuori e al di sopra di qualunque legge o ordine internazionale.

Una situazione giudicata grave che potrebbe rapidamente trasformare l’intero Vicino Oriente in una polveriera pronta a saltare per aria.

Una volta di piu’ Damasco ha fatto sentire la propria autorevolissima voce: l’asse con Teheran rinforzato, quello con Ankara in fase di strutturazione ma gia’ a buon punto, quello teso a sostenere Hamas a Gaza e Hizb’Allah ed i suoi alleati in Libano altrettanto ottimamente avviato.

Pedina fondamentale e centro geopolitico e strategico centrale di tutti i “giochi” regionali la Siria continua a rimanere la sola “chanche” di fuoriuscita pacifica dall’attuale crisi che sta sempre piu’ sprofondando l’intero mediterraneo meridionale verso pericolose tentazioni belliche.

Sara’ l’America, dulcis in fondo, a dover decidere: se lorsignori a Washington intenderanno andare fino in fondo oppure sapranno fermarsi sull’orlo di un baratro…ancora una volta, come sempre, la questione essenziale da porsi rimane la stessa: faranno gli americani la guerra ebraica pro-Israele?

In ogni caso Damasco e’ pronta…

 DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

 22 LUGLIO 2010

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