“Politica tra le Nazioni”

“La lotta per il potere e la pace”, di Hans J. Morgenthau

Recensione Libraria di Dagoberto Husayn Bellucci

 

 

  

“Politics among Nations” dell’ebreo Hans J. Morgenthau (1) sarà nel XXmo

secolo tra i saggi introduttivi più rilevanti per l’elaborazione di una

“teoria” delle relazioni internazioni ed assieme uno dei classici del pensiero

politico contemporaneo del quale riesce a tracciare una lineare e realistica

visione confoRme da un lato agli interessi egemonici dell’ala mondialista

dell’Establishment giudaico-statunitense di cui l’autore faceva parte.

Contestando l’approccio pacifista e quelli di stampo sia liberali che

socialisti Morgenthau riconosce nella concezione del “balance of powers”

(l’equilibrio dei poteri) il principale fattore per un’analisi realistica della

politica internazionale individuando una regolare dinamica di sviluppo delle

relazioni internazionali che intende individuare oltre quelli che possono

apparire come semplici eventi contingenti.

“La politica tra le nazioni” rappresenterà pertanto una pietra miliare sulla

quale è stata fissata, nei decenni successivi a quando vedrà le stampe nel

lontano 1948, la più generale teoria delle relazioni internazionali e un volume

fondamentale oggetto di studio presso tutte le principali accademie di scienze

politiche contemporanee. E’ essenziale una ricognizione recensoria di questo

volume non foss’altro per il suo indiscutibile valore ‘didattico’: oltre a

fornire una chiave interpretativa moderna “Politica tra le Nazioni” ci illumina

circa i meccanismi, nella stragrande maggioranza rimasti inalterati da allora,

che fissano le coordinate di determinazione della politica estera tra gli Stati

con particolare riferimento alle linee guida generali di elaborazione di teorie

che diventeranno le basi sulle quali verranno costruite le dottrine politiche,

le strategie e le tattiche e per esteso l’azione di governo in politica interna

e, soprattutto, esterna. Siamo dinnanzi ad un compendio di realismo razionale e

equilibrato che l’autore indica per la comprensione delle relazioni

internazionali unitamente al concetto di potenza tra Stati che identifica come

il principale motore della politica mondiale: il realismo di Morgenthau lo

spinge a ricercare di fissare le basi per una teoria della politica

internazionale che muova da alcune considerazioni in ordine al quale il potere

politico sia da considerarsi un mezzo per raggiungere determinati obiettivi di

potenza. In questa ricognizione dunque si passerà ad analizzare quali sono le

forme del potere politico sviluppatesi nella storia dell’umanità, il ruolo

corrispondente tra politica interna e politica internazionale ( “due

manifestazioni dello stesso fenomeno: la lotta per il potere” ), l’imperialismo

con i suoi tre obiettivi (ovvero l’impero mondiale, quello continentale e il

predominio locale) e con i suoi molti metodi (insistendo sulle manifestazioni

di imperialismo militare, economico e culturale che sono tre difformi piani

d’attuazione di una volontà egemonica) ma anche quelli che saranno gli elementi

per una politica di prestigio internazionale, quelli di ordine ideologico –

che, per l’autore, camuffano sempre i loro veri obiettivi -, quelli costitutivi

la potenza dello Stato toccando en passant la valutazione della politica

nazionale dei singoli Stati, i diversi metodi dell’equilibrio di potenza e

successivamente la morale ed il diritto internazionale che si rifletteranno in

considerazioni di ordine analitico su quelli che saranno gli strumenti per il

mantenimento di un ordine e di una pace mondiali in funzione di e tendente

verso l’instaurazione di un Governo Mondiale delle relazioni internazionali.

Come si noterà si tratta di uno strumento necessario per capire il punto di

vista dell’establishment mondialista chiamato alla formulazione di una

metodologia scientifica e alla costituzione di una serie di punti fermi

determinanti per i piani d’attuazione di strategie volte alla costituzione di

strutture sovranazionali.

Un libro che, come descriverà lo stesso Morgenthau nel primo capitolo, “si

propone di presentare una teoria di politica internazionale” andando

immediatamente ad elencare i sei principi del realismo politico che diverranno

il suo metodo di lavoro per fissare le linee generali e i perni sui quali

fissare le coordinate analitiche per lo studio delle relazioni internazionali.

Questi sei principi riguardano l’approccio che fondamentalmente dovrebbe essere

patrimonio di tutti gli studiosi di politica internazionale. Eccone una

sintesi:

“Il realismo politico ritiene che la politica, come la società nel suo

complesso, sia governata da leggi oggettive che hanno la loro origine nella

natura umana. Per migliorare la società è necessario innanzitutto comprendere

le leggi che la reggono e dal momento che il loro operare è sordo alle nostre

preferenze, l’uomo le può fissare solo a proprio rischio e pericolo. Poichè il

realismo crede nell’oggettività delle leggi della politica, esso confida anche

nella possibilità di sviluppare una teoria razionale che le rifletta, seppure

in modo imperfetto e parziale. Esso crede quindi che in politica sia

impossibile distinguere fra verità e opinione – fra ciò che è razionalmente e

oggettivamente vero, suffragato dall’evidenza e illuminato dalla ragione, e ciò

che è soltanto un giudizio soggettivo, separato dai fatti concreti e ispirato

dal pregiudizio e dall’illussione. Le leggi della politica hanno le loro radici

nella natura umana che non è mutata da quando le filosofie classiche indiana,

cinese e greca si sono sforzate di scoprirle. In questo senso nella teoria

politica la novità non è necessariamente una virtù, nè il rifarsi a concezioni

antiche un difetto.”.

Nell’esposizione di questo primo punto basilare per la formulazione di una

teoria delle relazioni internazionali come si nota Morgenthau da buon ebreo

sottolinea l’oggettività delle leggi della politica ossia delimita il piano di

attuazione di qualsiasi dinamica politica a regole più o meno elementari

procedenti da una visione estremamente razionale – si potrebbero definire

tranquillamente come la trasposizione dei principii materialistici del

correligionario Karl (Mordechai) Marx all’economia rivolti alla sfera

d’intervento delle relazioni tra Stati nazionali – andando perfino a

sottolineare ciò che, di norma, noi riconosciamo quale essenziale cardine

‘metapolitico’ della prassi d’azione rivoluzionaria ovvero l’irreversibilità di

fattori dinamici alieni da qualunque ordine delimitante ossia la politica quale

arte dell’impossibile, dell’imprevedibile, dell’irrazionale ciò che

contraddistingue una visione orizzontale, piatta e uniformata a ‘legislazioni’

e ‘ordinamenti’ internazionali e nazionali, da una welthanshauung ‘sovversiva’

che penetra come un fulmine a ciel sereno sui tavoli della diplomazia e della

dialettica politica irrompendo con la propria furia fanatica (…lucido

fanatismo…) e ponendosi in netto antagonismo allo status quo vigente.

Continua il Morgenthau: “La principale indicazione che aiuta il realismo

politico a orientarsi sul palcoscenico politico internazionale è il concetto di

interesse definito in termini di potere. Tale concetto costituisce il legame

fra la ragione che cerca di capire la politica internazionale e i fatti che

devono essere spiegati. Esso pone la politica come sfera d’azione e campo del

sapere autonomo, separato da altri quali l’economia (concepita in termini di

interesse definito come ricchezza), l’etica, l’estetica o la religione. Senza

tale concetto una teoria della politica, tanto internazionale quanto interna,

sarebbe del tutto impossibile, perchè non potremmo distinguere fra fatti

politici e non politici, nè potremmo apportare alla sfera politica una parvenza

di ordine sistematico. (…) Il concetto di interesse definito come potere

impone disciplina intellettuale all’osservatore, introduce ordine razionale

nella sostanza della politica, e rende così possibile la comprensione teorica

di essa. Per quanto riguarda l’attore, tale concetto fornisce disciplina

razionale per l’azione, creando quella sorprende continuità di scelte che fa sì

che la politica estera americana, russa o inglese appaia come un continuum

comprensibile, razionale e complessivamente coerente, nonostante le diverse

motivazioni, preferenze e qualità morali e intellettuali degli statisti. Una

teoria realista della politica internazionale mette quindi al riparo da due

false nozioni largamente diffuse: l’interesse per le motivazioni e quelle per

le preferenze ideologiche.”

Ora sottolineiamo che se è reale che modificando i ‘vettori’ la politica

estera di una nazione (l’identico discorso che Morgenthau fa per ciò che

concerne la politica estera americana, russa o inglese si può a nostro avviso

applicare anche a quella italiana, francese o tedesca…cambiando semplicemente

i fattori da un punto di vista analitico dell’insieme storico e degli interessi

nazionali precipui dei singoli Stati niente viene modificandosi….il fattore

Geografia essendo un elemento statico – il suo dinamismo dipende dalla Potenza,

dalle risorse economico-finanziarie, dall’influenza culturale esercitata sui

vicini Stati, dalle avventure belliche che modificano confini e spostano

frontiere alterando il concetto spaziale e quindi anche la visione d’insieme

della collettività ossia il sentimento nazionale, nazionalizzazione delle masse

o percezione patriottico-popolare, che l’autorità riuscirà ad immettere nel

corpo sociale chiamato esclusivamente alla mobilitazione totalizzante, al

riconoscimento di un “destino” collettivo che deve rappresentare il supremo

interesse sulla base di una visione organica onnicomprensiva e plasmante…si

pensi al concetto di Imperiuum…- destinato a mutare con i cambiamenti di una

determinata politica estera ) non può radicalmente cambiare è altresì reale che

una data politica estera, l’avvento di una determinata ideologia (ed è ciò che

il Morgenthau rifiuta aprioristicamente di considerare) , la scalata al potere

di un determinato movimento politico al potere o semplicemente l’imponderabile

che realizza ‘magicamente’ le condizioni oggettive per la realizzazione di

politiche dinamiche totalizzanti in senso rivoluzionario; hanno tutti la

capacità di trasformare e quindi modificare in maniera radicale il ruolo, la

funzione e il destino di un determinato Stato cambiando il corso degli

avvenimenti internazionali che saranno indiscutibilmente influenzati da un

nuovo corso. La politica vissuta come ‘destino’ è condizione prioritaria per

qualunque outsider (…verrà stupidamente percepito così dai politicanti

democratici e socialisti di Weimar anche l’avvento al potere del

Nazionalsocialismo e del suo Fuhrer , Adolf Hitler…..il 30 Gennaio 1933

rimarrà nella storia come una delle date-simbolo dell’impossibilità realizzata

di una Rivoluzione crociuncinata esemplarmente ostile all’ordine monopolistico-

plutocratico dei mercanti dell’oro di Wall Street e della City

londinesi…’cancellerie’ d’Europa e d’oltre-oceano in

‘apprensione’….’scardinemanto’ estremo di qualunque ordine politico

parlamentaristico…soppressione in tre mesi dei partiti borghesi….

sottomissione delle forze armate alla politica di ricostruzione nazionale ed a

quella di riarmo in vista di un conflitto che il Fuhrer e la stragrande

maggioranza dei tedeschi riteneva necessaria prosecuzione della Grande Guerra

del 14-18 ….tutto entusiasticamente e lucidamente concepito, trascritto e

preconizzato nell’opera fondamentale del “Mein Kampf”….) intenda mutare

radicalmente il corso della storia. In politica – interna come internazionale –

noi affermiamo che non esiste un ordine precostituito, indistruttibile ed

infallibile; possono esistere ‘prassi’ comuni a determinati statisti in diverse

epoche storiche come possono esistere immutabili interessi geopolitici,

strategici o economici che sono costanti ‘fisse’ della politica di uno Stato ma

l’irrazionale può – e a nostro avviso deve – assumere in qualunque momento

forme che, laddove esistono condizioni oggettive conformi, possono

rappresentare una variabile assolutamente indipendente (chiamatela pure

scheggia impazzita) che condizionerà e farà valere tutto il suo ‘peso politico’

sia a livello di politica interna che nelle relazioni esterne rispetto ai

vicini ed alle altre nazioni con le quali potrà o meno instaurare nuovi

rapporti di forza, assumere diversi atteggiamenti o mantenere l’entente

cordiale esistente.

Ciò che critichiamo della visione di Morgenthau è , precisamente, quanto

sostiene poco più avanti ovvero che “la teoria realista di politica

internazionale eviterà anche l’altro diffuso errore che consiste nel ricondurre

la politica estera di uno statista alle sue simpatie filosofiche o ideologiche

e nel dedurre la prima dalle seconde.” (…perchè Hitler cos’avrebbe fatto di

‘diverso’ dal dedurre la sua azione in politica estera da quelle linee generali

teoriche mirabilmente tracciate durante la prigionia a Landsberg e infine

pubblicate come “Mein Kampf”? ….). “Gli uomini politici – scrive l’ebreo

Morgenthau -, specialmente oggi, tendono a presentare le loro scelte di

politica estera in accordo con le loro posizioni filosofiche e politiche per

ottenere l’appoggio popolare. Ma essi distingueranno poi, con Lincoln, fra il

“dovere ufficiale”, cioè il pensare e l’agire in termini di interesse

nazionale, e i “desideri personali”, cioè il vedere i loro valori morali e

principi politici realizzati in tutto il mondo. Il realismo politico non

richiede, nè scusa, l’indifferenza a ideali politici e principi morali, ma

richiede, in ogni caso, una netta distinzione fra il desiderabile e il

possibile – fra ciò che è desiderabile sempre e ovunque, e ciò che è possibile

in circostanze di tempo e di luogo concrete.”. Ma se ciò fosse vero non

comprendiamo perchè, subito dopo, Morgenthau debba sottolineare come una

ovvietà che “non tutte le politiche estere hanno sempre seguito un corso così

razionale, oggettivo e freddo. Gli elementi contingenti rappresentati dalla

personalità, dal pregiudizio e dalle preferenze soggettive e da tutte le

debolezze dell’intelletto e della volontà che sono il retaggio dela carne, non

possono che portare le scelte di politica estera fuori dal loro corso

razionale. Specialmente laddove la politica estera è sottoposta al controllo

democratico, il bisogno di procurarsi il sostegno del sentimento popolare non

può fare a meno di incrinarne la razionalità. Ma una teoria di politica estera

che punti sulla razionalità deve essere svincolata da questi elementi

irrazioneli e deve cercare di tracciare un quadro che ne metta in risalto

l’essenza razionale…”. Evidentemente all’ebreo Morgenthau non tornavano i

‘conti’ con la storia (peraltro quella appena passata ….rispetto all’epoca in

cui il libro apparve).

 

Peraltro Morgenthau sottolineerà come “questo contrasto e questa

incompatibilità tra la natura della politica internazionale ed i concetti, le

istituzioni e le procedure designate a renderla intelligibile e a controllarla

hanno causato, perlomeno a livello delle piccole potenze, un’ingovernabilità

delle relazioni internazionali tale da sconfinare nell’anarchia. Il terrorismo

internazionale e le diverse reazioni che esso ha suscitato nei vari governi, il

coinvolgimento di governi stranieri nella guerra civile libanese, le operazioni

militari degli Stati Uniti nel sud-est asiatico e l’intervento dell’Unione

Sovietica nell’Europa orientale non possono essere spiegati nè giustificati

attraverso i concetti le istituzioni e le procedure internazionali” ergo non

concetti, istituzioni e procedure non sono sufficienti a rendere stabile e

fissare una teoria generale delle relazioni internazionali come pretenderebbero

i fautori della politica estera dei diversi centri di studi strategici

disseminati un pò ovunque a livello planetario e per i quali la diplomazia,

foss’anche quella delle cannoniere, dovrebbe rientrare in uno schema di base

onnicomprensivo e rappresentativo di realtà che si pretenderebbero statiche ma

che, quotidianamente, hanno caratteristiche tali da renderle dinamiche e sempre

in istato di mutazione. La pretesa razionalità della teoria generale delle

relazioni internazionali come la disegnerebbero i Morgenthau non tiene conto

dei fattori irrazionali che possono evidenziarsi nel corso di un contrasto tra

Stati o all’interno di una singola Nazione.

Max Weber, citato nel volume in questione, sosteneva che “Interessi (materiali

e ideali), e non idee, governano immediatamente l’agire dell’uomo. Ma assai

spesso le “immagini del cosmo” create dalle idee hanno determinato – come degli

scambisti – la strada sulla quale la dinamica degli interessi ha mosso l’agire”

(2)

E’ proprio a queste immagini che dobbiamo riferirci ogni qualvolta affermiamo

l’imponderabilità degli avvenimenti internazionali e di politica nazionale; la

loro dinamica irrazionale, il fascino della politica come arte

dell’impossibile, la realizzazione da un’idea-forza di una visione

(weelthanshauung) organica onnicomprensiva bilanciata dalle dinamiche di

compensazione che rimangono indiscutibilmente i fattori stabili (geografico-

spaziali, economici, culturali, etnico-razziali) di un popolo; questi fattori

immutabili potranno essere modificati solo ed esclusivamente da una ‘temperie’

rivoluzionario-bellicistica capace di rimettere in discussione secoli di

storia, civilizzazione, identità.

“Le stesse osservazioni – scriverà Morgenthau – si applicano al concetto di

potere. Il suo contenuto e il modo in cui è impiegato sono determinati

dall’ambiente politico e culturale. Il “potere” può comprendere tutto ciò che

stabilisce e mantiene il controllo dell’uomo sull’uomo. Esso abbraccia quindi

tutte le relazioni sociali che servono a questo scopo, dalla violenza fisica ai

più sottili legami psicologici con i quali una mente controlla un’altra mente.

Il “potere” implica il dominio dell’uomo sull’uomo, sia quando è disciplinato

da fini morali e controllato da garanzie costituzionali, come nelle democrazie

occidentali, sia quando non è altro che quel vigore indomito e barbaro che

trova le sue leggi solo nella sua stessa forza e la sua unica giustificazione

nell’accrescimento di sè.”.

Inoltre sempre Morgenthau arriva a sostenere che il “realismo politico è

consapevole del significato morale dell’azione politica e della ineluttabile

tensione fra il principio morale e i requisiti di una politica di successo; nè

esso vuole sorvolare su tale tensione, dimenticarla e confondere i termini

tanto del problema morale quanto di quello politico finendo che i meri fatti

politici siano moralmente più che soddisfacenti di quanto sono in realtà e che

la legge morale sia meno esigente di quanto essa davvero è. Il realismo

sostiene che i principi morali universali non possono essere applicati alle

azioni degli stati nella loro formulazione generale e astratta, ma che essi

devono essere filtrati dalle circostanze concrete di tempo e di luogo.”. Questa

ammissione anti-moralistica della teoria del Morgenthau delle relazioni

internazionali ammette pertanto l’impossibilità di fissare ‘principi morali’

all’azione di governo: la Politica è l’interesse del “Principe” macchiavellico;

del supremo interesse del fine che giustifica i mezzi; del collettivo in loco

dell’individuale, del nazionale in opposizione al particolare, degli interessi

dello Stato che oltrepassano e devono superare quelli dei suoi stessi cittadini

ciò sarà tanto più vero se si pensa che “l’etica astratta giudica un’azione in

base alla sua conformità alla legge morale” mentre “l’etica politica giudica

un’azione in base alle sue conseguenze politiche”.

Morgenthau ci propone anche di identificare il realismo politico con quelle

che sono le sue applicazioni metodologiche sostenendo che questo modo di

procedere nell’analisi delle relazioni internazionali “rifiuta di identificare

le aspirazioni morali di una particolare nazione con le leggi morali che

regolano l’universo. (…) Tutte le nazioni sono tentate – e poche sono state

capaci di resistere a lungo a tale tentazione – di presentare le proprie

aspirazioni particolari come fini morali universali. Ma una cosa è sapere che

le nazioni sono soggette alla legge morale, e un’altra è pretendere di sapere

con certezza cos’è bene e cos’è male nelle relazioni fra esse. (…)

Intellettualmente, il realista sostiene l’autonomia dela sfera politica, come

l’economista, l’uomo di legge, il moralista, sostengono quella dele rispettive

sfere. Egli ragiona in termini di interesse definito come potere, come

l’economista pensa in termini di interesse definito come ricchezza, il giurista

in termini di conformità delle azioni alle norme giuridiche, il moralista in

termini di conformità delle azioni a principi morali. (…) Il realista

politico è consapevole dell’esistenza e dell’importanza di modelli

intellettuali diversi da quelli politici, ma non può far altro che subordinare

i secondi ai primi.”.

Il politico ha una sua sfera d’influenza che non può tollerare intrusioni di

altri soggetti/fattori che possono essere quelli dell’economia come quelli

della religione: i meccanismi e le dinamiche della politica – per quanto

intersechino gli altri campi e spazino ovviamente onnicomprensivi anche in

ambiti distinti e distanti dalla sfera politica – ricomprendono inevitabilmente

l’azione di governo, la politica estera, il dominio e l’affermazione

dell’autorità rappresentando il Potere.

E se per capire la politica internazionale occorrerà determinare le relazioni

politiche esistenti tra gli Stati sarà oltremodo necessario comprendere

principalmente quali siano i modi, i metodi e le forme in cui tali forze

interagiscono tra di loro e con le diverse istituzioni internazionali.

Afferma Grayson Kirk: “Fino a poco tempo fa, lo studio delle relazioni

internazionali negli Stati Uniti, è stato dominato in larga misura da persone

che seguivano l’uno o l’altro di tre diversi approcci. In primo luogo, c’erano

gli storici, che consideravano le relazioni internazionali alla stregua della

storia recente, il cui studio è reso difficoltoso dall’assenza di una quantità

adeguata di dati. Un secondo gruppo, gli studiosi di diritto internazionale, si

interessavano principalmente degli aspetti giuridici delle relazioni

internazionali, ma raramente essi hanno cercato di capire le ragioni della

perdurante inadeguatezza di tali relazioni. Infine, c’erano gli idealisti,

coloro cioè che si concentravano più su un ipotetico modello perfetto delle

relazioni internazionali che sulla natura concreta delle relazioni

internazionali. Solo recentemente, con molto ritardo, gli studiosi hanno

cominciato ad esaminare le forze perenni e fondamentali della politica

internazionale e le istituzioni che le incarnano, non per lodarle o

condannarle, ma esclusivamente per tentare di comprendere meglio queste forze

che determinano la politica estera degli stati. Lo scienziato politico si sta

finalmente muovendo sulla scena internazionale.” (3).

Muoversi sulla scena internazionale per i teorici delle relazioni

internazionali significa, nell’accezione moderna del termine, confrontarsi con

stereotipi e idee generali le quali – pur offrendo una visuale d’insieme

relativamente efficace per comprendere tutti i problemi posti dal continuo

mutamento del panorama politico mondiale e dalla confusione che viene ad

esistere costantemente nelle stesse relazioni tra Stati – non potranno

considerare quei fattori irrazionali ai quali ci siamo riferiti poc’anzi e che

determinano appunto il caos geopolitico della storia moderna: “Così come nessun

evento e nessuna forma – osservava Montaigne – è esattamente uguale ad un

altro, così nessuno è completamente dissimile dagli altri: un’ingegnosa miscela

creata dalla Natura. Se non vi fossero tratti somiglianti nei nostri visi, non

potremmo distinguere l’uomo dalla bestia; non ci fossero differenze, non

potremmo distinguere un uomo dai suoi simili.” (4).

Lasciamo da parte questa comunque interessante considerazione del Montaigne

per riprendere il discorso inerente alla natura del potere che, in ultima

analisi come sottolineato dallo stesso Morgenthau, rappresenta l’obiettivo

prioritario dell’agire politico, del fare politica, dell’essere soggetto attivo

della politica. Scriverà di fatti Morgenthau che “la politica, tanto interna

quanto internazionale, può essere definita come lotta per il potere. Qualsiasi

siano gli scopi ultimi della politica internazionale, infatti, la potenza

costituisce sempre il fine immediato. I politici e gli uomini in genere

ricercano la libertà, la sicurezza, la prosperità, oppure il potere stesso.

Essi possono definire i loro obiettivi secondo un ideale religioso, filosofico,

economico o sociale e possono sperare che tale ideale si materializzi grazie

alla sua forza interiore, oppure grazie all’intervento divino, o ancora

attraverso l’attività umana. Possono cercare di accelerarne la realizzazione

attraverso l’uso di mezzo non politici, quali, ad esempio, la cooperazione

tecnica con altri paesi o le organizzazioni internazionali. Ogniqualvolta,

però, essi vogliano realizzare il loro obiettivo con i mezzi propri della

politica internazionale, sono costretti a ricorrere alla potenza.”.

Considerazioni che sicuramente devono farci riflettere soprattutto perchè

riflessi di un modus operandi che procede dagli ambienti più autorevoli

dell’establishment mondialista statunitense ossia dal vertice della piramide

del potere che ha modellato – o cerca disperatamente di imporre il suo modello

di sviluppo tecnologico, economico, finanziario, politico e militare

proseguendo in uno spirito da ‘frontiera’ tipicamente progressista e liberale

che ha caratterizzato tutta la politica estera statunitense dalla nascita degli

USA fino ai giorni nostri creando forme e modelli invidiati a livello

planetario e divenuti, nel tempo, riferimenti e punti centrali delle strategie

delle politiche di molti leader’s mondiali filo-americani – la visione globale

dell’universalismo rovesciato del progetto mondialista ovvero l’idea-forza di

una società (One World) unidimensionale, unipolare ed uniformata al

progressismo ideale, al democraticismo parlamentaristico politico ed al

capitalismo consumistico di stampo liberista in campo economico.

“Il concetto di potere politico costituisce uno dei problemi più difficili e

controversi della scienza politica. – scrive Morgenthau – In questo campo, il

valore di qualsiasi concetto dipende dalla sua capacità di spiegare i fenomeni

che convenzionalmente si ritiene appartengano ad una certa sfera dell’attività

politica. Perciò, l’ampiezza della trattazione di tale concetto, per risultare

utile alla comprensione della politica internazionale, deve essere maggiore di

quella normalmente adottata nel campo della politica interna. Gli strumenti

impiegati in questa ultima sfera sono molto più circoscritti di quelli

utilizzati in politica internazionale.”. Appare evidente che l’essenza del

potere politico sia la risultante di diversi fattori tra i quali l’autore

rileva:

– Il potere politico come “una relazione psicologica tra coloro che lo

esercitano e coloro sui quali viene esercitato. Esso conferisce ai primi il

controllo sulle azioni dei secondi attraverso l’influenza che essi hanno sulle

loro menti. Questo ascendente deriva da tre fonti: l’aspettativa di benefici,

la paura di punizioni, il rispetto o l’amore per gli uomini o le

istituzioni.”.

– Esso deve essere “distinto dalla forza, intesa come l’esercizio pratico

della violenza fisica. La minaccia del ricorso alla violenza fisica (sotto

forma di interventi di polizia, di incarcerazioni, di punizioni capitali o

della guerra) è un elemento intrinseco della politica. Quando la violenza

diventa una realtà, però, si è di fronte all’abdicazione del potere politico a

favore di quello militare o pseudomilitare. In particolare nella politica

internazionale, il fattore materiale più importante della potenza di uno stato

è costituito dalle forze armate.”.

– In altre parole come sottolinea Morgenthau “il fine politico della

preparazione militare è quello di rendere inutile l’uso effettivo della forza

inducendo il nemico a desistere. Anche l’obiettivo politico della guerra non è

tanto la conquista del territorio o l’annientamento dell’esercito nemico,

quanto piuttosto il tentativo di modificare le idee dell’avversario e di

condizionarne la volontà. Quindi, di qualsiasi politica si discuta in campo

internazionale, sia essa di natura economica, finanziaria, territoriale o

militare, è necessario distinguere, ad esempio, tra politiche economiche in

senso stretto e politiche economiche che siano piuttosto un mezzo politico,

cioè uno strumento col quale cercare di controllare le politiche di un altro

paese.”.

Infine sottolineiamo con l’autore che “l’aspirazione alla potenza è l’elemento

distintivo della politica internazionale, così come di tutta la politica; la

politica internazionale, quindi, è necessariamente una politica di potenza.

Sebbene questo fatto venga generalmente riconosciuto nella pratica della

politica internazionale, esso è frequentemente negato dagli studiosi, dai

pubblicisti e perfino dagli statisti. (…) Indipendentemente dalle particolari

condizioni sociale, l’argomento decisivo contro l’opinione che la lotta per la

potenza tra stati sia un mero accidento storico è da ricercare nella natura

della politica interna. L’essenza della politica internazionale è identica a

quella della politica interna. Tanto l’una quanto l’altra, infatti, non sono

altro che lotta per il potere; ciò che le differenzia sono le condizioni in cui

questa lotta si manifesta. La tendenza al dominio, in particolare, è un

elemento comune a tutte le associazioni umane, dalla famiglia alle corporazioni

di stampo professionale, dalle organizzazioni politiche locali allo stato.”.

Crediamo sufficientemente illuminanti queste considerazioni per i lettori che

intenderanno sviluppare il tema relativo alla politica internazionale, alle

relazioni tra Stati ed ai concetti di Potenza e potere politico che sono le

basi stesse dalle quali avanzare qualsivoglia minimale ricognizione analitica

di tipo geopolitico o strategico anche con particolare riferimento all’attuale

situazione di instabilità che domina e contraddistingue la politica mondiale in

costante evoluzione e mutamento.

Rileggetevi Morgenthau (per una introduzione al suo pensiero ed alla sua

teoria sulle relazioni internazionali si veda anche l’ottimo volume di Lorenzo

Zambernardi, “I limiti della potenza. Etica e politica nella teoria

internazionale di Hans J. Morgenthau” edito per le edizioni de “Il Mulino” di

Bologna ed uscito quest’anno) sarà, sicuramente, un ‘utile’ approccio alla

‘pretesa’ “scientificità” della Geopolitica…

Morgenthau era ebreo ma sapeva perfettamente ciò che scriveva…. Un pò come

tutti i giudei del ‘resto’…. o no?

Au revoir….

 

 

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

DIRETTORE RESPONSABILE AGENZIA DI STAMPA "ISLAM ITALIA"

30 LUGLIO 2010

 

Note –

1 – “Hans Morgenthau (Coburgo, 17 febbraio 1904 – New York, 19 luglio 1980) è

stato un politologo tedesco. Nato in Germania nel 1904, studia Giurisprudenza

nelle Università di Monaco, Francoforte e Berlino. A causa delle leggi

razziali, è costretto a emigrare prima in Svizzera, poi in Spagna; una volta

scoppiata la guerra civile, trova asilo e fama negli Stati Uniti, divenendo uno

dei maggiori teorici delle Relazioni internazionali. Tra le sue opere

principali: Scientific Man Versus Power Politics (1946), In Defense of the

National Interest (1951) e il celeberrimo Politics Among Nations (1948) che

sarà un testo fondamentale della disciplina, con numerose riedizioni.

Nell’introduzione a una di queste ultime egli descrive i famosi “sei princìpi”

del realismo politico. Muore negli Stati Uniti nel 1980. Morgenthau ha una

visione pessimistica del mondo e della storia, individuando nella guerra (le

sue cause, il suo scoppio, le sue conseguenze) il motore primario delle

relazioni tra gli Stati. Gli Stati sono quindi il livello di analisi di

Morgenthau, e in definitiva il suo statocentrismo lo porta a un forte

determinismo. Ma la causa originale di tutto – la radice delle azioni degli

Stati, così come della visione pessimistica di Morgenthau – è l’uomo. L’uomo di

Morgenthau è molto hobbesiano, risentendo anche del pessimismo di un altro

teorico delle Relazioni internazionali, Reinhold Niebuhr. (crf Enciclopedia

multimediale informatica di Wikipedia);

 

2- Marianne Weber – “Max Weber – Una biografia” – Ediz. “Il Mulino” – Bologna

1995;

3 – Grayson Kirk in “American Journal of International Law” – 39, 1945, pp 369-

370;

4 – M. de Montaigne – “Saggi” – Ediz. “Mondadori” – Milano 1995;

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