Per i palestinesi in Libano maggiori Diritti Civili

di Dagoberto Husayn Bellucci

Ogni mattina ti alzi e speri che ci sia acqua corrente ed elettricità. Lo fai in fretta, perché sono in tanti a dividere quello che dovrebbe essere un bagno, anche se nessuno ti aspetta. La stessa casa dove sei nato e cresciuto, per la legge libanese, non ti appartiene, anche se tuo padre ha lavorato sodo per comprarla. Puoi studiare, finché ti aiutano, ma dopo se non hai i soldi non puoi andare all’università. Poco male, direbbe qualcuno dei tuoi amici, tanto anche se ti laurei non puoi ambire a niente di più di un posto da manovale o di addetto alle pulizie.”

( Vita di un palestinese in Libano)

Storicamente reietti e dispersi per tutto il mondo arabo dopo la “nakba” (la tragedia) ossia la costituzione nella primavera del 1948 dell’entita’ criminale sionista alias “stato d’Israele” – solennemente e unilateralmente proclamata da Ben Gurion e terroristicamente ‘applicata’ dalle bande mercenarie kippizzate fatte affluire in Palestina dai quattro angoli del pianeta dalla macchina propagandistica di Sionne – ; i profughi palestinesi vivono la loro condizione di diseredati spesso soffrendo la discriminazione dei “fratelli” arabi per i quali, in tante occasioni, si sono dimostrati piu’ un “peso” ed un fardello insopportabile che non una popolazione alla quale gli eventi della storia e le decisioni delle potenze mondiali hanno assegnato l’ingrato compito di affrontare, spesso in solitudine, il “nemico dell’uomo”.

Cacciati dalle armi della banditaglia sionista, costretti a vivere in condizioni al limite del tollerabile in vere e proprie baraccopoli – ammassati tra sporcizia e fango, senza energia elettrica ne’ servizi minimali degni di questo nome – per i palestinesi al di fuori della Palestina occupata spesso la vita e’ stata ancor piu’ dura e difficile di quanto non lo fosse per i loro fratelli rimasti sotto il giogo e la tirannia israeliana.

Una condizione intollerabile dalla quale in diverse occasioni i profughi hanno provato ad uscire: come negli anni sessanta nella Giordania di re Hussein (il piccolo re al soldo dell’imperialismo britannico e di quello statunitense che per sbarazzarsi dell’Olp di Yasser Arafat scateno’ i suoi beduini della Legione Araba nel massacro del “settembre nero” nel 1970 arrivando quasi a scatenare un mezzo conflitto interarabo con la vicina Siria) o come nel decennio successivo nel Libano dove avevano formato uno stato nello stato lanciando dalla frontiera meridionale del paese dei cedri i loro attacchi contro l’entita’ sionista.

La storia, nota, del conflitto civile libanese nasce proprio dall’esasperazione provocata dalla massiccia presenza palestinese in larghi strati della popolazione libanese, soprattutto tra i cristiani maroniti che mal sopportavano quella che per loro era una illegittima intrusione in uno Stato che ritenevano necessariamente di dover trasformare in una sorta di “enclave crociata” filo-sionista….

Questo era il sogno delle “falangi” (i Kataeb) di Bashir Gemayel che diedero  – con il tragico assalto ad un pullman di lavoratori palestinesi nell’aprile 1975 presso il quartiere a maggioranza maronita di Ein el Roummenieh lungo quella che, qualche mese piu’ tardi, diventera’ tristemente nota come la “linea verde” che separava le zone musulmane da quelle cristiane della capitale libanese – inizio alla loro “guerra santa” in versione neo-crociata…sorta di “scontro delle civilta’” ante-litteram che trasformera’ in pochissimo tempo il Libano in un’enorme maceria fumante e in una sorta di terra di nessuno dove bande mercenarie di tutte le confessioni ed etnie si combattevano casa per casa, quartiere per quartiere all’insegna del “tanto peggio tanto meglio”.

Anni durissimi, anni di lutti e tragedie quelli che segneranno la storia del Libano in guerra: per quindici lunghissimi anni (1975-1990) nessuno vorra’ realmente saperne di fermare il conflitto civile libanese; tanti, troppi, interessi contrapposti e troppi affari all’ombra delle vittime, in massima parte civili innocenti (come quelli massacrati dalle milizie falangiste, e sotto l’occhio benevolo dei loro complici israeliani, la notte del 16 settembre 1982 ai campi profughi di Sabra e Chatila e di cui il numero esatto rimane incerto…chi parla di 2500 morti…altri di 3000 e c’e’ chi sostiene che l’eccidio a colpi di machete ne avrebbe provocati quasi 5000), di una guerra sporca dentro la quale entreranno le potenze regionali e, infine, le due superpotenze mondiali che all’epoca si spartivano il pianeta (Stati Uniti e Unione Sovietica).

Tutti hanno giocato sulla pelle del popolo libanese e tutti si sono sporcati del sangue dei libanesi. A maggior ragione poi di quello dei palestinesi del Libano che, da attori principali e da milizia armata costituitasi per proseguire la resistenza contro “Israele”, si ritroveranno stretti tra l’incudine israelo-maronita e il martello siriano.

Oggi i tempi sono cambiati anche se, inevitabilmente, sotto sotto le ceneri dell’odio e del rancore rimangono accese e c’e’ sempre qualcuno – soprattutto gli alchimisti delle centrali di destabilizzazione atlantica ed i loro alleati sionisti – interessato a riaccenderle.

Il vento e’ mutato nel Libano da quando la Siria impose manu militari la normalizzazione nell’autunno 1990 arrivando a smilitarizzare tutte le milizie. Da quell’autunno sono passati venti anni e, dopo il ritiro del contingente militare siriano (aprile 2005) e tre anni di logorante contrapposizione politica tra maggioranza filo-occidentale e opposizione filo-siriana, la situazione e’ andata ulteriormente stabilizzandosi con la normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Beirut e Damasco che ha sancito un ritorno a condizioni di cooperazione necessarie per entrambi i due Stati per fare fronte comune contro chi vorrebbe portare sedizione e scompiglio fra i quattro milioni di libanesi.

Nella giornata di ieri 19 agosto infine un nuovo passo verso una ulteriore normalita’ e’ stato sancito dall’Assemblea Nazionale libanese. Il parlamento ha deciso di adottare una nuova legislazione che accordi maggiori diritti civili ai rifugiati palestinesi come richiedevano da tempo sia le organizzazioni in difesa delle liberta’ fondamentali sia i diversi gruppi palestinesi presenti nel paese.

La nuova legge permette infatti ai palestinesi di essere assunti dalle imprese, ma rimane loro vietato l’accesso ad alcune professioni in campo medico e giuridico. La legge presenta diritti più diluiti pero’ rispetto alla proposta fatta mesi fa dal parlamentare druzo Walid Joumblatt, che domandava anche il diritto per i palestinesi di divenire proprietari di terreni o case.

«È un passo nella buona direzione – ha detto Nadim Houri, responsabile dello “Human Rights Watch” in Libano – Ma deve essere accompagnato da riforme amministrative e campagne di sensibilizzazione presso i datori di lavoro per incoraggiare l’assunzione di palestinesi».

In ogni caso con la nuova legge i rifugiati potranno fare lavori sotto contratto (finora essi erano impiegati come manodopera illegale solo nell’agricoltura e nell’edilizia) e avere coperture mediche e pensionistiche. Rimangono ancora esclusi per loro impieghi statali, nell’esercito, in polizia, come medici o avvocati, non essendo cittadini libanesi.

I rifugiati non hanno ancora accesso alla proprietà, ma alcuni deputati hanno spiegato che il tema, lasciato cadere, potrebbe essere affrontato in una legge a parte. Altri uomini politici libanesi sostengono invece che accordare il diritto di proprietà o il permesso al lavoro ai Palestinesi incoraggerebbe la naturalizzazione, una questione esplosiva in questo paese multi-confessionale ancora ossessionato dallo spettro della guerra civile.

In particolare sono i parlamentari delle Forze Libanesi, l’ultra’destra maronita guidata dall’ex collaboratore del Mossad ed attuale deputato Samir Geagea (condannato e incarcerato per 12 anni per spionaggio a favore di “Israele” e liberato nella primavera 2005 sull’onda della pressione internazionale e di quella pseudo-rivoluzione “dei cedri” nata affatto spontaneamente dopo l’assassinio dell’ex premier Hariri e volatilizzatasi nel volgere di pochi mesi), e alcuni tra quelli del partito di Amin Gemayel (la Falange) a richiedere modifiche impauriti da uno sbilanciamento demografico della popolazione a vantaggio dei musulmani (identica “paura” porto’ trentacinque anni fa allo scatenamento della guerra civile).

Ad oggi, i palestinesi non hanno nemmeno accesso ai servizi pubblici e devono affrontare delle restrizioni in ambito scolastico e universitario.

Osservatori libanesi sottolineano che il problema palestinese non può essere addossato sui soli libanesi, ma è una questione di cui la comunità internazionale deve farsi carico, affrettando una soluzione al problema israelo-palestinese.

Attualmente secondo quanto riportano le statistiche dell’UNRWA (l’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa del loro status di cittadini di serie “b”) sarebbero più di 425.000 i palestinesi rifugiati in Libano, in gran parte sunniti, e  sparpagliati in 12 campi profughi dove vivono ammassati in aree gremite e in condizioni insalubri, come quello di Beddawi, nel nord del Paese o come quello di Nahr el Barad (a Tripoli sempre nel nord del paese) dove scoppio’, nell’estate di tre anni fa, la rivolta dei fondamentalisti salafiti alqaedisti di “Fatah al Islam” un gruppuscolo eterodiretto dall’ideologia jihaidista binladista, finanziato – come si venne poi a sapere mesi piu’ tardi – anche dalla famiglia Hariri al potere e dai suoi potenti alleati di Riad.

Una sollevazione che fece centinaia di vittime tra le file dell’esercito nazionale chiamato, per la prima volta dalla guerra civile, a ripulire il campo diventato un covo di terroristi.

Il dibattito sulla legge ha suscitato discussioni infuocate e ha polarizzato il parlamento lungo linee etnico-religiose. Solo a poco a poco si è giunti a una discussione più obiettiva.

Il problema palestinese comunque dovra’ essere affrontato, come dimostra l’atto parlamentare odierno, per mettere fine ad una condizione di insostenibile ingiustizia che va trascinandosi ai danni dei cittadini palestinesi residenti senza diritto di residenza e privati della possibilita’ di ritorno nelle proprie terre sotto occupazione israeliana.

Il parlamento finalmente sembra aver deciso di voler risolvere una volta per tutte e per via legislative questo “problema”: un problema che si trascina da oltre sessant’anni.

I palestinesi del Libano infatti sono quelli di tre generazioni: quelli arrivati immediatamente dopo il primo conflitto arabo-sionista del 1948, quelli giunti successivamente dopo il conflitto cosiddetto dei “sei giorni” del 1967 e infine quelli arrivati negli anni successivi dalla vicina Giordania e da altri paesi.

I 400mila palestinesi del Libano rappresentano ovviamente soltano una minima parte, neanche il 10% del totale, dei circa cinque milioni di palestinsi sparsi in giro per il mondo dopo la loro “diaspora” involontaria subita sotto le armi israeliane.

A proporre il varo della nuova legge e’ stato un vecchio amico della causa palestinese, il leader druso Waleed Jumblatt. E’ sua la propoasta che ha portato il parlamento di Beirut a decidere di aumentare i diritti per la minoranza palestinese che, fino a ieri, si vedeva vietare oltre una cinquantina di lavori secondo quello che era l’odioso articolo 50 della vecchia Legge sul Lavoro del 1964.

”La legge approvata non è sufficiente e non rispecchia quello che davvero i palestinesi in Libano vogliono”, racconta a PeaceReporter Rola Badran, direttrice della Palestinian Human Rights Organization (Phro), organizzazione indipendente nata nel 1997, per proteggere i diritti umani dei rifugiati in Libano.
”La vita per i palestinesi nei campi profughi è davvero dura, in particolare per i più giovani. Nel campo dell’istruzione, per esempio. Finita la scuola superiore, garantita dall’Unrwa, non esiste per loro l’opportunità di accedere all’università, perché l’agenzia Onu non è in grado di garantire un’istruzione accademica – racconta la direttrice – Per andare all’università bisogna pagare molto e se il ragazzo o la sua famiglia non sono in grado di pagare le rette, cosa che accade nella maggior parte dei casi, l’istruzione accademica è preclusa. Quando, in qualche modo, questo è possibile, un giovane palestinese dopo la laurea non trova lavoro perché è trattato come uno straniero. Ieri nel parlamento di Beirut è passata una legge che migliora impercettibilmente la situazione, ma resta nel contesto di una legislazione discriminatoria, che non offre i pieni diritti a questi ragazzi. Basterebbe recepire le convenzioni internazionali in materia di diritto allo studio, per esempio, o quelle dei diritti dei lavoratori”. (1)

Il Libano, anche nel campo dell’estensione dei diritti civili ai suoi “ospiti” palestinesi, sembra realmente che stia voltando pagina.

Segnali. Segnali che fanno sperare.

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

DIRETTORE RESPONSABILE AGENZIA DI STAMPA “ISLAM ITALIA”

21 Agosto 2010

Note –

1 – Articolo di Christian Elia – “Essere palestinesi in Libano” del 18/08/2010 da Peacereporter.it ( al link informatico: http://it.peacereporter.net/articolo/23661/Palestinesi,+Libanesi)

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